Il Bel Paese

Vado di musica, che è meglio che andar di bile.

M’erano capitate talune notizie di sgambescio, di rifilata per linee sghembe, mentre m’affaticavo di torrida estate. Lì per lì m’era balenato per la testa di scriverne allora, ma sarà stata l’afaccia che mi spiattellava sotto traccia un’ipotesi d’estinzione planetaria, sarà stata pure quell’insana tendenza a gustare piatti freddi qual vendetta, che, così, per celia e per noia, mi tenni i dati incassettati.

Che l’estate scorsa, sin dai suoi timidi esordi, mentre di pandemie parevamo felicemente dimentichi, il Bel Paese di bar sport, inanellava successi epocali di suoi supereroi, mortificando oltralpi, perfide Albioni, lidi teutonici, stirpi caucasiche ed ogni altra creatura d’umana sorprendente impresa accreditata. Che il Bel Popolo s’affratellava d’improvviso amor patrio, s’affastellava a esultare, s’attrezzava a giubilo unitario, qual d’oppio invaso. Che somme cariche d’istituzioni sacre, ricevevano fenomeni inclini a commozione, a decretare fausti destini medagliati. Che la stampa, d’unisono e trasversale, quale oggi digrigna gengie, ribollendo a bile per insulsi contestatori di bandiera a lavoro, allora s’accomodava a podio, a trofeo di granito. Di destini magnifici – pur non progressivi – s’era fatto vaticinio, che pareva al fin passata ‘a nuttata, nelle sorti trionfanti del resuscitato Lazzaro d’impero.

Ora che sgombero cassetti, per approntar valigie di ricongiungimento a scoglio e rena, che di sport poco m’intendo, se non tra righe di pagine di Soriano, ritrovo trionfi in campi altri, che vi porto – a testimonio di verità – solo quelli a musica: al Concorso Pianistica Chopin di Varsavia, ha beccato un quinto premio con Leonora Armellini, 29 anni, e un secondo con Alexander Gadjiev, 27 anni; al concorso violinistico Paganini di Genova, il primo premio è di Giuseppe Gibboni, 20 anni, che non succedeva da 24; l’Accademia Bizantina, che musica a barocco, ha vinto ai Grammy il premio come seconda miglior orchestra al mondo. E notizia non se n’ebbe da prime pagine di petti rigonfi di nazional orgoglio, nemmeno da titolate TV. Manco, mi pare di sapere, che cariche alte di questo magnifico paese di cultura, che ne so, un Presidente di Consiglio o di Repubblica, – forse manco di bocciofila – un ministrino o sottosegretariuccio, se ne fecero italico vanto. M’è chiaro che taluni giovani, talaltri nemmeno tanto, non siano sufficienti di pubblico e merce da spedire ad arena, a far da mirmillone o reziario, per distrazione di splendide genti che non s’avvedono di giacere su letto di Damaste. M’oppongo a resistenza, che lì ci dormo male, e sicuro di non far proseliti, m’attrezzo al Natale come mai feci prima, mi metto pure a far regali. D’atto resistente, scelgo doni come si compete al fedigrafo d’amor patrio, acquisto CD – che è cosa desueta – d’artista indie o orchestra a camera o ignota di controtempo a jazz, pure un paio di libri, d’autore che scrive bene, nudo di prebende, d’ogni paese ed epoca, che la pubblica editore piccolo piccolo, che non campa di sacre elargizioni, che si sceglie scuderia a lettura e non a portafoglio. Ma pure un acquerello regalo, di pennello ignoto ed ispirato, e foto d’artista sconosciuto o dimenticato, che immortala il tempo della disaffezione. Che poi, cambiasse il paradigma dell’oggi d’improvviso, magari mi ritrovo, qual resistente, pure patriota, a titolarmi a presidente della mandorlata.

8 Marzo (Ante litteram)

Ammetto di averci pensato un po’ prima di scrivere questo post. In generale non mi piace aderire alle liturgie. So che l’8 Marzo è più che tale, pure se, ad onor del vero, del carattere liturgico s’è intriso e nemmeno da poco. Ci ho pensato poiché non m’andava di cadere – per di più qual maschietto con la M maiuscola delle attestazioni anagrafiche – nel gioco dell’”oggi se ne parla”, domani è un altro giorno, si vedrà. Poi mi sono deciso a pubblicare questa cosa, perché sia omaggio per le donne, ma anche per gli uomini che ci arrivano, per gli altri ce ne faremo una ragione, almeno per il momento. E mi decido con la coscienza relativamente a posto, giacché si tratta di un lavoro più complesso e non concepito per una “liturgia”. Un lavoro compensativo d’una memoria fallace, anche rispetto al ruolo delle donne nel nostro paese. Rievocativo di fatti che la storia ha relegato a trafiletti infimi nei libri di testo scolastici, forse per la loro ingombrante attualità – pure per sciatteria – e la cui analisi si trova solo in lavori di tutt’altro che facile reperibilità (ricordo quelli eccellenti di Anna Puglisi ed Umberto Santino del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”). Mi riferisco alla vicenda dei “Fasci siciliani”, ed al ruolo che le donne ebbero in quel movimento, un ruolo di partecipazione che mai s’era visto sino ad allora. Si trattò di un’agitazione sociale senza precedenti, iniziata tra il 1893 e il 1894, dilagando nelle città e campagne con un’organizzazione capillarmente strutturata ma dotata di un efficiente coordinamento regionale, ispirata dal socialismo e guidata da dirigenti per lo più giovani, intelligenti, colti e determinati (lo stesso Lenin, ne rimase colpito, e per adesione di massa fu seconda solo a quella che diede vita alla Comune di Parigi).

“Fino ad ora la parola di un italiano non poteva essere che modesta, anzi modestissima, nei rapporti del socialismo internazionale. Tutto al più avea valore di convincimento personale, o di promessa e di speranza da parte di pochi precursori liberamente o spontaneamente associati. Mancava il fermento della massa proletaria, che risultasse dal sentimento si una determinata situazione economica. Ora ciò e cambiato. Coi tristi casi di Sicilia il proletariato è venuto su la scena. Questa è la prima volta in Italia che il proletariato, con la sua coscienza di classe oppressa e la sua tendenza al socialismo, s’è trovato di fronte alla borghesia. Alla prima mossa è succeduta rapida la repressione. Ma ciò non rimarrà senza effetto. Gli stessi errori commessi serviranno di ammaestramento. La stessa borghesia, che per difendersi ha bisogno di reprimere, fa da maestra.

D’ora innanzi non ci sarà che progresso. Il socialismo, come forza impulsiva, investirà la massa proletaria. Cinquant’anni fa C. Marx ha detto (- ripeto il senso non le parole -) che non importa guardare a quello che il singolo proletario pensa o dice, né a quello che tutti i proletari pensano o dicono, ma a quello a cui sono necessariamente portati dalla loro stessa situazione. L’Italia di ora lo conferma”. (Antonio Labriola – Roma, 10 aprile 1894)

Adolfo Rossi, un giornalista d’inchiesta, si reca in Sicilia per studiare quel movimento. Ne intervista i protagonisti nelle campagne e rimane stupito di come siano politicamente preparati nonostante prevalentemente contadini analfabeti. Resta colpito in particolare dal ruolo delle donne – si stima che almeno un terzo degli aderenti al movimento sia costituito da loro – e dalla loro capacità di esprimere concetti politicamente elevati con proprietà di linguaggio e consapevolezza della propria condizione e delle prospettive della loro lotta. Per consentire un tale spazio alle donne nella nostra “consapevole” società evoluta, avremmo bisogno di “quote rosa” imposte ex legis. Inutile dire che il movimento fu represso nel sangue per volontà dell’ascaro Francesco Crispi (cui tante strade sono intitolate) che proclamò lo stato d’emergenza in barba alle leggi (lo Statuto Albertino ne prevedeva il ricorso, quindi l’intervento dell’esercito, solo in caso di presenza di invasore nemico sul territorio patrio). Tralascio di dettagliare quale concezione avesse delle donne il Crispi, rimandandovi semmai alla lettura del bellissimo libro, pubblicato da Sellerio, dell’amica Maria Attanasio, La ragazza di Marsiglia (storia dell’unica donna che partecipò allo sbarco dei Mille) dando piuttosto voce alle contadine dei Fasci come riportata fedelmente nel libro “L’agitazione in Sicilia”, di Adolfo Rossi, per un 8 Marzo ante litteram, concepito per essere tale ogni giorno.

Noi non andiamo più in chiesa, ma al Fascio.

Là dobbiamo istruirci, là organizzarci per la conquista dei nostri diritti.

Vogliamo che, come lavoriamo noi, lavorino tutti, e non vi siano più né ricchi né poveri. Che tutti abbiano del pane per sé e per i figli. Dobbiamo essere eguali. Io ho cinque bambini e una sola cameretta, dove siamo costretti a mangiare, a dormire, tutto, mentre tanti signori hanno dieci o dodici camere, dei palazzi interi (…)

Vogliamo mettere in comune le terre e distribuire con giustizia quello che rendono.

Ci deve essere la fratellanza, e se qualcheduno mancasse ci sarebbe il castigo.

Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno gli usurai. Alla fondazione del Fascio i nostri preti erano contrari e al confessionale ci dicevano che i socialisti sono scomunicati. Ma noi abbiamo risposto che sbagliavano, e in giugno, per protestare contro la guerra ch’essi facevano al Fascio, nessuno di noi andò alla processione del Corpus Dammi. Era la prima volta che avveniva un fatto simile. I signori prima non erano religiosi e ora che c’è il Fascio hanno fatto lega coi preti e insultano noi donne socialiste come se fossimo disonorate. Il meno che dicono è che siamo tutte le sgualdrine del presidente. Quando un reato è commesso da un ricco, nessuno se ne cura, mentre il povero che ruba un pugno di grano per sfamarsi va subito in prigione.

Vedete che per i poveri non c’è giustizia in Piana dei Greci! I signori dicono apertamente che ci vogliono ammazzare ad uno ad uno. (…) Per ora i nostri consiglieri non potranno far altro che impedire gli abusi e le prepotenze dei signori i quali finora comandavano anche nel Comune. Ma i Fasci nomineranno anche i consiglieri provinciali e i deputati, e quando alla Camera avremo maggioranza socialista….

Noi speriamo che sorgano presto anche nel continente. Voi vedete come si moltiplicano qui. Possibile che nel resto d’Italia i nostri fratelli che soffrono seguitino a dormire? Basterà che qualcheduno cominci a predicare anche là l’unione del proletariato. Anche noi fino alla primavera scorsa non sapevamo che cosa fossero i Fasci. Morivamo di fame e tacevamo. Eravamo ciechi. Non ci vedevamo.”

Nota al margine: Rispondo qui ringraziando quel paio di gentili amiche/amici per la preoccupazione espressa circa una certa disinvoltura con cui uso le mie produzioni, che loro interpretano come artistiche, in riferimento a testi e foto, senza tutelarne, nemmeno pro forma, la proprietà. Lo faccio ribadendo un concetto già espresso (e credo sia quello che ha fatto scattare l’allarme) e cioè che quello che pubblico su questo blog è, salvo espressamente specificato, prodotto da me, e poiché io qui ho deciso di essere nessuno, ossia solo un sasso cui eventualmente chiedere un nome, appartiene a nessuno, dunque a tutti. Per cui ne è possibile la riproduzione parziale, totale, a frammenti o come vi pare, il rimaneggiamento, la mutazione genetica o quant’altro si voglia, senza necessità di citarne la fonte, che del resto non è citabile, poiché nessuno non esiste…

Normalmente anormali

Ed ora che piano piano si cerca di ritornare all’auspicata “normalità”, mi rendo conto che forse non è quello che volevo, almeno non in queste forme. In realtà di tempo per riacquistare la facoltà di rimettere il naso fuori di casa non me ne rimane a bizzeffe, prigioniero, da insegnante, della didattica a distanza che ha moltiplicato il mio impegno sottraendomi la parte più essenziale e bella del mio lavoro, il rapporto con i ragazzi. E sarà pure che questa auspicata “normalità” si scontra con quella che molti hanno definito la “sindrome della capanna”, quella sorta di appagamento definitivo dello starsene in casa che ci becca giusto giusto quando l’evasione è alle porte. E poi la mascherina mi appanna gli occhiali, i guanti mi fanno perdere la sensibilità nel maneggiare le cose, mi indispettiscono. Sarà anche che del ritorno al “normale” mi fa paura l’orrenda atmosfera di intolleranza che, sopita per qualche scampolo di tempo nelle segrete stanze dei nostri domicili coatti, ora si ripresenta per la solita insostenibile insipienza dell’essere.

Ma tant’è, si ricomincia. Ricomincia la “normalità”, lo sfruttamento, il massacro ambientale, lo sbraitare contro qualche minoranza per nascondere le nostre più inconfessabili frustrazioni. Tornano in scena i protagonisti dell’odio a cottimo, sguaiati, bugiardi. Il loro obiettivo però non è cancellare le minoranze, lasciando che divengano capro espiatorio per i nostri disagi, le nostre fragilità, piuttosto soggiogare le masse, dunque ciascuno di noi. Le minoranze vengono usate in modo cinico e spietato per obnubilare le moltitudini che tornano a reclamarne il sangue come nell’antica Roma si esigeva quello dei gladiatori. Occuparsi degli ultimi, liberare Spartaco e far sentire la sua voce, non è dunque soltanto l’agire di chi non rinuncia alla propria umanità, ma anche un necessario atto di legittima difesa.

Eppure mi viene da pensare che, mentre fremevamo nei nostri isolamenti, come un inintelligibile disturbo sotto la pelle, magari a molti s’è palesata quella voglia di riscrivere un’altra “normalità”, di riprendersi da protagonisti quel pezzo d’umanità che fugge, diventarne gli untori in una nuova pandemia per cui non vorremmo si trovasse cura.

Voglio lasciarvi con una cosa che certe volte mi torna alla mente, una di quelle che per quanti anni possano avere non se ne vanno mai, come un monito perenne e vertiginoso.

“Le atrocità sollevano un’indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono “more”, “sudice”, dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. (…) L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell’istante in cui l’occhio di un animale ferito a morte colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – “non è che un animale” – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il “non è che un animale”, a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell’uomo è la parodia dell’uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della “proiezione morbosa” che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l’umano proprio come il diverso”. (Theodor Adorno)