All that jazz

Due Giugno, oggi, si festeggia la Repubblica, tale cosa appare infondata che già è a trabiccolo ad art. 1, che per compro bomba a super PIL di sforamento di tetto previsto, pure a 11 pare messa male. Ma fa caldo d’asfissio che provai ad uscire ma incorsi in vicissitudini che mi riportarono a fresche mura domestiche. Allora mi prendo tempo e vi rifaccio storia vecchia di musica, a tutto volume.

“Ho memoria vaga d’un prozio, non consanguineo, tale dunque per incroci matrimoniali ibridi. Ad ogni buon conto, faceva l’ufficiale medico nell’esercito regio, quando le bombe cascavano a grappoli. Una di quelle colpì in pieno il palazzo dove viveva e lo squarciò catapultandolo immobile e privo di sensi su un cornicione. Ci rimase appeso per chissà quanto tempo. Non si riprese più, se ne rimase muto e zitto, chiuso in un autismo definitivo da lì a che sarebbe campato. E gli anni dopo la guerra erano quelli d’una psichiatria ancora antica. A chi manifestava segni di squilibrio evidenti, che ne so, patteggiava per le mobilitazioni contadine, non s’arrendeva al tubo catodico, gli facevano l’elettroshock. A quelli come il vecchio prozio, invece, si diceva, bisognava fargli provare uno shock di pari brutalità come quello che l’aveva incarcerato nel suo intimo assoluto. Così, mi raccontavano, diceva il luminare svedese (che quelli erano anche anni in cui il luminare, se non era svedese, difficile fosse tale, luminare intendo). Il poveretto non si riprese, semmai parve peggiorare. Me lo ricordo già vecchio e con un cruciverba in mano che risolveva, correttamente e in pochi frangenti, gli incroci più complessi, azzeccando ogni definizione. Due volte sole, dal terribile incidente, parlò. La prima, quando morì mio nonno, e vedutolo così disteso sul letto di morte, lasciando di stucco i presenti, tirò fuori la caritatevole preoccupazione del suo giuramento d’Ippocrate: “Gliela avete data la penicillina?”. La seconda, quando dalla televisione non venne fuori una cosarella orchestrale di Strauss. Sollevò gli occhi dal cruciverba e, a rinnovato stupore di sorella e cognata, disse: “Oh, i bei valzerini viennesi”. Poi zitto, fino alla morte. Se l’avessero curato con la musica? Ma io sono nessuno e tutto possono dirmi, fuorché svedese o luminare. A scanso d’equivono non me ne privo, anche se dei valzerini viennesi, che un po’ mi stuccano, ne faccio a meno. Vado di jazz, pure ve lo racconto come mi viene.

Primo step

Succede così, sono quelle cose che non ti aspetti. Cioè, ti aspetti senz’altro che un povero contadino di un piccolissimo paese della Sicilia salga su una nave a vapore nella seconda metà dell’Ottocento e, dopo un viaggio estenuante durato settimane, sbarchi con la famiglia a New Orleans per fare il calzolaio, il manovale o chissà ché. Il biglietto da Palermo, poi, costava assai meno di quello delle tratte di Napoli e Genova. Roba che certi barconi sul Mar d’Africa quella traversata sembra che la rifacciano pari pari, comprese certe privazioni estreme. E “quel mare color del vino” di contadini siciliani ne vomitava a migliaia nel Delta , tanto che in certe strade pareva di starsene alla Conca D’Oro o su un moletto dello Ionio. Te lo aspetti che qualcuno cerchi un orizzonte diverso per fuggire alla fame, alla guerra. Quello che non ti aspetti mai, e forse nemmeno Girolamo La Rocca con sua moglie Vittoria Di Nino immaginavano, è che in quella terra avrebbero dato vita al “Cristoforo Colombo della musica”. Era così che si definiva Nick, il loro secondogenito, il primo ad incidere un disco jazz nel 1917, con la sua “Original Dixieland Jass Band”, proprio con due esse e senza zeta. Nick non era un virtuoso, ed aveva anche la testa matta, come l’hanno certi di quelli che lasciano un segno, ma anche un labbro così duro da fare certe sparate alla tromba che chi lo ascoltava si metteva ginocchioni.

Ecco, questo non te l’aspetti, ma questo è il jazz, esattamente quello che non ti aspetti. Pure se certo, al di là d’un certo ego smisurato del vecchio Nick, il jazz aveva già diritto di cittadinanza su questo pianeta da mo’, non altrettanto chi lo suonava, generalmente d’un colore diverso del nostro di cui sopra.

Secondo step

“Cos’è il Jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai.” diceva Louis Armstrong. La cosa migliore è mettere su un disco e cominciare ad ascoltarlo. Se dopo un po’ ti sembra di sentire l’odore di chi sta suonando, il suo alito caldo, se la musica comincia a strisciarti sotto la pelle e hai la sensazione che scappi fuori da ogni parte di te, e che tu sei lì, tra quelli della band, allora l’hai scoperto, il jazz intendo.

Terzo step

Insomma, ora sai cos’è il jazz, l’hai ascoltato, ne hai capito il senso profondo, fai parte della band. Possiamo parlarne se ti va. John Coltrane diceva che “Il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un’espressione musicale; e questa musica è per me espressione degli ideali più alti. C’è dunque bisogno di fratellanza, e credo che con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra”.

Quarto step

Fratelli della stessa band, non possiamo dimenticarci di nessuno perché, come dice Wynton Marsalis, “Il jazz è un’arte collettiva e un modo di vivere che allena alla democrazia” è l’arte del timing: ti insegna il quando. Quando cominciare, quando attendere, quando farti avanti, quando prendere il proprio tempo”.

Ti insegna che devi ascoltare, che non ha senso che sia solo tu a parlare ma che quello che dici ha un senso solo se prima o poi toccherà a qualcun altro di dire la sua perché “nel jazz tutti vogliono suonare in modo differente. Devi imparare ad ascoltare modi diversi di fare le cose. E siccome suoni con gli altri, devi accordarti. Ed è quando sei a tempo che sai quando startene quieto e quando essere assertivo. Sai stabilire quando il tuo suono è la risposta a quello dell’altro e quando far partire l’invenzione”.

Quinto step

Il padre di Wynton, Ellis, diceva: “Il jazz libera dalle catene. Ti farà apprendere un modo di pensare sofisticato”. E Wynton… “L’America democratica non ha ancora fatto propria la lezione del jazz. La imparerà attraverso quello che sta accadendo. È solo questione di tempo. La crisi, la mancanza di denaro sono i segni della svolta. Come una persona che dice di essere in forma ma non fa esercizio. Dopo molti anni senza praticare sport e riempiendosi di fritti gli arriva l’infarto. E se sopravvive si mette in forma davvero. Perché il dolore insegna. Lo ha insegnato il jazz.”

Per finire: Sesto step

“Il jazz ha lo stesso valore per i musicisti e per il pubblico perché la musica, legata com’è ai sentimenti, all’unicità dell’individuo e all’improvvisare insieme, fornisce risposte ai problemi fondamentali della vita. Più è alto il livello di attenzione, maggiori sono i benefici. Come in una conver­sazione, il musicista si accorge quando la gente ascolta: a un ascolto ispirato corrisponde un’esecuzione ispirata. Conoscere il jazz apre nuove prospettive alla percezione della storia. Ho letto resoconti della grande Depressio­ne e ho conosciuto e suonato con persone che l’avevano vissuta. Ma quando ascoltate Mildred Bailey o Billie Holiday, l’orchestra di Benny Goodman o Ella Fitzgerald con quel­la di Chick Webb, la vostra visione di quel periodo si fa più acuta e perspicace: il linguaggio che adoperavano, il modo in cui ricorrevano allo humour e agli stereotipi per colma­re il divario tra le razze, la loro concezione dei rapporti in­terpersonali…

Si sentiva che le persone stavano delineando un mo­do di intendere e celebrare la loro esistenza nonostante i tempi duri; anzi, se ne facevano beffe.

La musica può metterci in contatto con le nostre esistenze precedenti e prefigurare un futuro migliore. Ci ricorda qual è il nostro stadio nella catena delle conquiste dell’umanità, lo scopo primario dell’arte.

I più grandi artisti in ogni campo parlano attraverso i secoli di temi universali – morte, amore, invidia, vendetta, avidità, giovinezza, vecchiaia, i temi fondamentali, e quindi immutabili, dell’esperienza umana.

L’arte e gli artisti fanno davvero di noi “la famiglia dell’uomo” e molti dei grandi musicisti jazz incarnano quella consapevolezza.” (Winton Marsalis)

E se la musica è finita, fatela ripartire, meglio se jazz.

Di vento

E mi sono accorto che per un attimo o due parevo quell’altro me, che m’ero, di recente, messo a parlare di cose serie, a simposiare come meglio potevo su cose importanti, che è condizione che a nessuno non appartiene. Me ne sono accorto stamane ch’era freddo, e soffiava un vento non forte, gelido per me che sono d’Africa. Ma si portava qualcosa che pareva venire da zona di sale, una cosa che diventa fremito sotto pelle, che è sensazione che conosco. Subito, quell’embrione di cosa gradita, mi porta a vento altro, furibondo di tempesta, cui sono più avvezzo. Che vado di musica e poi a riproposta di ciò che dico e che già scrissi, pure m’è d’aggrado che riciclo che oggi ho occhio spento che pare di triglia a cataratta.

“Il vento qualche volta lo fa. S’arriccia il pelo che pare un gatto, si smarca dall’orizzonte azzurro col colore della sabbia, e s’avventa a terra come se questa gli avesse strappato di bocca il topo. “Non ce n’è pesce, e non ce n’è per tre giorni”, dice Gianni. “Tanto dura”. E si mette la barca a posto, che pure al porticciolo non è sicura, si alzano certe onde come a mare aperto, e quanto le smanaccia il libeccio. Bisogna allontanarla dallo scoglio e dalla banchina, tesa a mezza costa dalla cima alla bitta e con l’ancora per l’altra parte. E si spera che regga, senza grattare troppo il fondo, trovando appiglio giusto sott’acqua su uno scoglio robusto, e no sulla sabbia fine e fango. Il rischio è che te la ritrovi un pezzo qua e uno là. Pure gli stagnoni si sono gonfiati, e garzette e pellicani e ogni altro uccello da pesca se ne stanno per aria, immobili, paiono scolpiti nelle nuvole di sabbia e appesi a una specie di soffitto. Tanto, manco per loro c’è pesce. Quelli se ne sono andati al largo, nel silenzio profondo, dove non s’ammaraggiano troppo, non rischiano di finire pancia sopra sulla spiaggia, o a sguazzare senza scampo nelle pozze sugli scogli. Per un po’, laggiù, sono pure più tranquilli, che non s’aspettano né bocconi amari né impigli. Quelli che non ce la fanno già sono pranzi veloci dei gabbiani.

Certe volte lo fa, il vento, che all’incrocio dei due mari s’infila nel gradino che quello più caldo fa sopra quello più freddo, e la striscia bolle di schiuma. Una volta o due ti pare di vederci sotto Cariddi, tanto s’agita. Con lo sguardo cerchi di capire dove arriva, ma poi la perdi perché la schiuma si alza fino al cielo e non si vede niente. Il sale ti entra negli occhi, la sabbia in bocca. Un bar aperto c’è, piccolo, con la signora che borbotta come una caffettiera, contro il tempo, contro la stagione, contro il governo. Gli altri sono chiusi, quelli sono di gente di fuori, aspettano i turisti ed ancora non è tempo loro. Comunque, un caffè si recupera. Sa di sale pure quello, o forse è solo il sale che t’è rimasto in gola per quei cento metri sulla banchina, in mezzo al paese deserto e alle scoppole del vento d’Africa. “Non ce n’è pesce”, dice pure lei, e torna a maledire tutto. “Tre giorni dura”.

Il vento qualche volta lo fa, soffia tre giorni e poi smette. Questo è solo il primo, per gli altri s’aspetta. Nemmeno le barche grosse escono col tempo così. E dove vanno, a farsi inghiottire da Cariddi, a farsi scippare le reti da fauci di Scilla?

Il vento lo fa, qualche volta, che ti deposita le posidonie pure sulle cime delle palme, ti scoperchia le serre, si ruba la spiaggia e con la sabbia rossa ci ricopre la strada. Quei quattro chioschi di legno che in estate sfornano bicchieri colorati non ce la fanno nemmeno a passare la prima mezz’ora, poi chissà se li recuperi per la bella stagione. Magari approdano più in là, dopo il promontorio, si travestono di barca fenicia, o relitto di disperazione, e qualche genio in costume, fra qualche mese, si pensa d’aver trovato chissà quale testimone di intemperie tropicali, di viaggi senza rotta, di pirati e corsari.

Il vento lo fa, certe volte, che d’improvviso s’inchina. Lo fa quando sei solo però, che s’abbassa e ti fa passare, sino allo scoglio, concedendoti il tempo per raccogliere la stella. Lo fa quando sei solo, così, se lo racconti, non ci crede nessuno.”

All that jazz

Facciamo così, per quei quattro che seguono questo blog e che, di tanto in tanto, se ne leggono un po’. Prima di continuare a leggere, andate in fondo a questo post ed avviate la musica. Fatto? Bene, posso cominciare.

Oggi è lunedì, e per me è giorno di riposo, dunque mi concedo le classiche abluzioni mattutine come fosse domenica, poi mi vado a comprare uno sgombro, se ne trovo uno che non ha ancora fatto il compleanno. Avete notato quale compostezza ha lo sgombro, che eleganza affilata, quale perturbante signorilità, pure al cospetto di certi pesci più blasonati che arrossiscono o imbruniscono, all’uopo? Ma non è di questo che intendo parlarvi, magari ci torno un’altra volta. La prendo larga, che il dono della sintesi non l’ho mai avuto. Insomma, ho memoria vaga d’un prozio, non consanguineo, tale dunque per incroci matrimoniali ibridi. Ad ogni buon conto, faceva l’ufficiale medico nell’esercito regio, quando le bombe cascavano a grappoli. Una di quelle colpì in pieno il palazzo dove viveva e lo squarciò catapultandolo immobile e privo di sensi su un cornicione, dove rimase appeso per chissà quanto tempo. Non si riprese più, se ne rimase muto e zitto, chiuso in un autismo definitivo da lì a che sarebbe campato. E gli anni dopo la guerra erano quelli d’una psichiatria ancora antica. A chi manifestava segni di squilibrio evidenti, che ne so, patteggiava per le mobilitazioni contadine, non s’arrendeva al tubo catodico, gli facevano l’elettroshock. A quelli come il vecchio prozio, invece, si diceva, bisognava fargli provare uno shock di pari brutalità come quello che l’aveva incarcerato nel suo intimo assoluto. Così, mi raccontavano, diceva il luminare svedese (che quelli erano anche anni in cui il luminare, se non era svedese, difficile fosse tale, luminare intendo). Il poveretto non si riprese, semmai parve peggiorare. Me lo ricordo già vecchio e con un cruciverba in mano che risolveva, correttamente e in pochi frangenti, gli incroci più complessi, azzeccando ogni definizione. Due volte sole, dal terribile incidente, parlò. La prima, quando morì mio nonno, e vedutolo così disteso sul letto di morte, e lasciando di stucco ognuno dei presenti, tirò fuori la caritatevole preoccupazione del suo giuramento d’Ippocrate: “Gliela avete data la penicillina?”. La seconda, mentre, intento a svolgere il suo cruciverba, dalla televisione non venne fuori una cosarella orchestrale di Strauss. Sollevò gli occhi e, per lo stupore della sorella e della cognata, disse: “Oh, i bei valzerini viennesi”. Poi zitto, fino alla morte. E se l’avessero curato con la musica? Mah, chissà, che a me tutto possono dirmi, fuorché svedese o luminare. E però che la musica sia curativa, lenitiva, oltre che semplicemente piacevole, non è che sia una novità. Io non ne faccio a meno, anche se ai valzerini viennesi, che un po’ mi stuccano, preferisco il jazz. Ed anzi, ve lo voglio raccontare il jazz, così, come mi viene, in sei passaggi.

Primo step

Succede così, sono quelle cose che non ti aspetti. Cioè, ti aspetti senz’altro che un povero contadino di un piccolissimo paese della Sicilia salga su una nave a vapore nella seconda metà dell’Ottocento e, dopo un viaggio estenuante durato settimane, sbarchi con la famiglia a New Orleans per fare il calzolaio, il manovale o chissà ché. Il biglietto da Palermo, poi, costava assai meno di quello delle tratte di Napoli e Genova. Roba che certi barconi sul Mar d’Africa quella traversata sembra che la rifacciano pari pari, comprese certe privazioni estreme. E “quel mare color del vino” di contadini siciliani ne vomitava a migliaia nel Delta , tanto che in certe strade pareva di starsene alla Conca D’Oro o su un moletto dello Ionio. Te lo aspetti che qualcuno cerchi un orizzonte diverso per fuggire alla fame, alla guerra. Quello che non ti aspetti mai, e forse nemmeno Girolamo La Rocca con sua moglie Vittoria Di Nino immaginavano, è che in quella terra avrebbero dato vita al “Cristoforo Colombo della musica”. Era così che si definiva Nick, il loro secondogenito, il primo ad incidere un disco jazz nel 1917, con la sua “Original Dixieland Jass Band”, proprio con due esse e senza zeta. Nick non era un virtuoso, ed aveva anche la testa matta, come l’hanno certi di quelli che lasciano un segno, ma anche un labbro così duro da fare certe sparate alla tromba che chi lo ascoltava si metteva ginocchioni.

Ecco, questo non te l’aspetti, ma questo è il jazz, esattamente quello che non ti aspetti. Pure se certo, al di là d’un certo ego smisurato del vecchio Nick, il jazz aveva già diritto di cittadinanza su questo pianeta da mo’, non altrettanto chi lo suonava, generalmente d’un colore diverso del nostro di cui sopra.

Secondo step

“Cos’è il Jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai.” diceva Louis Armstrong. La cosa migliore è mettere su un disco e cominciare ad ascoltarlo. Se dopo un po’ ti sembra di sentire l’odore di chi sta suonando, il suo alito caldo, se la musica comincia a strisciarti sotto la pelle e hai la sensazione che scappi fuori da ogni parte di te, e che tu sei lì, tra quelli della band, allora l’hai scoperto, il jazz intendo.

Terzo step

Insomma, ora sai cos’è il jazz, l’hai ascoltato, ne hai capito il senso profondo, fai parte della band. Possiamo parlarne se vi va. John Coltrane diceva che “Il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un’espressione musicale; e questa musica è per me espressione degli ideali più alti. C’è dunque bisogno di fratellanza, e credo che con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra”.

Quarto step

Fratelli della stessa band, non possiamo dimenticarci di nessuno perché, come dice Wynton Marsalis, “Il jazz è un’arte collettiva e un modo di vivere che allena alla democrazia” è l’arte del timing: ti insegna il quando. Quando cominciare, quando attendere, quando farti avanti, quando prendere il proprio tempo”. Ti insegna che devi ascoltare, che non ha senso che sia solo tu a parlare ma che quello che dici ha un senso solo se prima o poi toccherà a qualcun altro di dire la sua perché

“nel jazz tutti vogliono suonare in modo differente. Devi imparare ad ascoltare modi diversi di fare le cose. E siccome suoni con gli altri, devi accordarti. Ed è quando sei a tempo che sai quando startene quieto e quando essere assertivo. Sai stabilire quando il tuo suono è la risposta a quello dell’altro e quando far partire l’invenzione”.

Quinto step

Il padre di Wynton diceva: “Il jazz libera dalle catene. Ti farà apprendere un modo di pensare sofisticato”. E Wynton… “L’America democratica non ha ancora fatto propria la lezione del jazz. La imparerà attraverso quello che sta accadendo. È solo questione di tempo. La crisi, la mancanza di denaro sono i segni della svolta. Come una persona che dice di essere in forma ma non fa esercizio. Dopo molti anni senza praticare sport e riempiendosi di fritti gli arriva l’infarto. E se sopravvive si mette in forma davvero. Perché il dolore insegna. Lo ha insegnato il jazz.”

Per finire: Sesto step

“Il jazz ha lo stesso valore per i musicisti e per il pubblico perché la musica, legata com’è ai sentimenti, all’unicità dell’individuo e all’improvvisare insieme, fornisce risposte ai problemi fondamentali della vita. Più è alto il livello di attenzione, maggiori sono i benefici. Come in una conver­sazione, il musicista si accorge quando la gente ascolta: a un ascolto ispirato corrisponde un’esecuzione ispirata. Conoscere il jazz apre nuove prospettive alla percezione della storia. Ho letto resoconti della grande Depressio­ne e ho conosciuto e suonato con persone che l’avevano vissuta. Ma quando ascoltate Mildred Bailey o Billie Holiday, l’orchestra di Benny Goodman o Ella Fitzgerald con quel­la di Chick Webb, la vostra visione di quel periodo si fa più acuta e perspicace: il linguaggio che adoperavano, il modo in cui ricorrevano allo humour e agli stereotipi per colma­re il divario tra le razze, la loro concezione dei rapporti in­terpersonali…

Si sentiva che le persone stavano delineando un mo­do di intendere e celebrare la loro esistenza nonostante i tempi duri; anzi, se ne facevano beffe.

La musica può metterci in contatto con le nostre esistenze precedenti e prefigurare un futuro migliore. Ci ricorda qual è il nostro stadio nella catena delle conquiste dell’umanità, lo scopo primario dell’arte.

I più grandi artisti in ogni campo parlano attraverso i secoli di temi universali – morte, amore, invidia, vendetta, avidità, giovinezza, vecchiaia, i temi fondamentali, e quindi immutabili, dell’esperienza umana.

L’arte e gli artisti fanno davvero di noi “la famiglia dell’uomo” e molti dei grandi musicisti jazz incarnano quella consapevolezza.” (Winton Marsalis)

E se la musica è finita, fatela ripartire, meglio se jazz.

Il vento lo fa

Il vento qualche volta lo fa. S’arriccia il pelo che pare un gatto, si smarca dall’orizzonte azzurro col colore della sabbia, e s’avventa a terra come se questa gli avesse strappato di bocca il topo. “Non ce n’è pesce, e non ce n’è per tre giorni”, dice Gianni. “Tanto dura”. E si mette la barca a posto, che pure al porticciolo non è sicura, si alzano certe onde come a mare aperto, e quanto le smanaccia il libeccio. Bisogna allontanarla dallo scoglio e dalla banchina, tesa a mezza costa dalla cima alla bitta e con l’ancora per l’altra parte. E si spera che regga, senza grattare troppo il fondo, trovando appiglio giusto sott’acqua su uno scoglio robusto, e no sulla sabbia fine e fango. Il rischio è che te la ritrovi un pezzo qua e uno là. Pure gli stagnoni si sono gonfiati, e garzette e pellicani e ogni altro uccello da pesca se ne stanno per aria, immobili, paiono scolpiti nelle nuvole di sabbia e appesi a una specie di soffitto. Tanto, manco per loro c’è pesce. Quelli se ne sono andati al largo, nel silenzio profondo, dove non s’ammaraggiano troppo, non rischiano di finire pancia sopra sulla spiaggia, o a sguazzare senza scampo nelle pozze sugli scogli. Per un po’, laggiù, sono pure più tranquilli, che non s’aspettano né bocconi amari né impigli. Quelli che non ce la fanno già sono pranzi veloci dei gabbiani.

Certe volte lo fa, il vento, che all’incrocio dei due mari s’infila nel gradino che quello più caldo fa sopra quello più freddo, e la striscia bolle di schiuma. Una volta o due ti pare di vederci sotto Cariddi, tanto s’agita. Con lo sguardo cerchi di capire dove arriva, ma poi la perdi perché la schiuma si alza fino al cielo e non si vede niente. Il sale ti entra negli occhi, la sabbia in bocca. Un bar aperto c’è, piccolo, con la signora che borbotta come una caffettiera, contro il tempo, contro la stagione, contro il governo. Gli altri sono chiusi, quelli sono di gente di fuori, aspettano i turisti ed ancora non è tempo loro. Comunque, un caffè si recupera. Sa di sale pure quello, o forse è solo il sale che t’è rimasto in gola per quei cento metri sulla banchina, in mezzo al paese deserto e alle scoppole del vento d’Africa. “Non ce n’è pesce”, dice pure lei, e torna a maledire tutto. “Tre giorni dura”.

Il vento qualche volta lo fa, soffia tre giorni e poi smette. Questo è solo il primo, per gli altri s’aspetta. Nemmeno le barche grosse escono col tempo così. E dove vanno, a farsi inghiottire da Cariddi, a farsi scippare le reti da Scilla?

Il vento lo fa, qualche volta, che ti deposita le posidonie pure sulle cime delle palme, ti scoperchia le serre, si ruba la spiaggia e con la sabbia rossa ci ricopre la strada. Quei quattro chioschi di legno che in estate sfornano bicchieri colorati non ce la fanno nemmeno a passare la prima mezz’ora, poi chissà se li recuperi per la bella stagione. Magari approdano più in là, dopo il promontorio, si travestono di barca fenicia, o relitto di disperazione, e qualche genio in costume, fra qualche mese, si pensa d’aver trovato chissà quale testimone di intemperie tropicali, di viaggi senza rotta, di pirati e corsari.

Il vento lo fa, certe volte, che d’improvviso s’inchina. Lo fa quando sei solo però, che s’abbassa e ti fa passare, sino allo scoglio, concedendoti il tempo per raccogliere la stella. Lo fa quando sei solo, così, se lo racconti, non ci crede nessuno.