Devoto di Santa Barbara

Che c’è corsa ad armamento, che se non basta tesoro di patrie, faccio pure debito che c’è priorità d’assoluto ad aumento capienza d’arsenale per nuova superlativa bombarda. Ch’io, che ho di bravo cittadino tempra esatta, non posso sottrarmi a fare di mia particolarissima patria grande potenza d’autosufficienza di bomba, che s’ode – chiaro – a destra uno squillo di tromba, e da sinistra (?) risponde – inequivocabile – medesima tromba. E, definitomi confini miei a dove arrivo, m’appresto a difesa d’ogni attacco, pure promuovo contrattacco. E vado di fuoco a note di sbarramento.

Feci di giorno di gran riposo, che fu ieri, preciso momento di rimpinguo armamentario che cominciai a mattina presto a far d’arsenale mio per deterrente formidabile a vil nemico. Dunque, a scavo in fondo a dispensa, ritrovo munizioni esatte e precise per mio solido scopo. Mi faccio riso allo zafferano sin dalle prime luci d’alba, che lo condisco con burro adatto ad uopo e lo lascio a farsi raffermo e freddo che sia a consistenza di fervida barriera ad eventuale imminenza d’attacco.

Ad attesa mi feci quattro passi a ricerca d’altro armamento, che passai tempo d’attesa a che fortificazione di cui sopra s’aggregasse a se stessa, chicco su chicco, a consistenza precisa, a non dare idea di atteggiamento disfattista quale orrendo pacifista. Feci incetta, tra caffettino a bar di turno, e sigarettina a viril sguardo volto oltre monti e valli ubertose, d’altro ingrediente mancante a supermercatino che pare oreficeria – ma decisione di aggredire PIL era già presa, farò taglio a cultura e sanità, che mi compro libro in meno e d’aspirina andrò cauto a favor di bomba. Presi padella adatta, vi versai olio al fulmicotone e, a temperatura di calor tattico – non ancora strategico – vi versai trito finissimo di sedano, carote e cipolla, a doratura d’oro alla patria, poiché siamo nati per soffriggere. Indi, prima che il nemico bussi alle porte, m’attinsi a rosolare macinato e piselli, seguito da versamento di pomodoro che parve fuoriuscita di radiazione a sale di quanto basta. Ad addensare il tutto impiegai tempo preciso, per consistenza di autentica pece bollente che mi feci a stemperare con audace freschezza di foglia di basilico. Giunto il primo ombreggiar della sera m’apprestai, dunque, ad estrema difesa, che misi olio di frittura a farsi bollente qual nucleo di reattore atomico a fuga di particella di contaminazione, in apposito contenitore ignifugo ad altezza equa. Indi preparai munizione sferica di sei-sette centimetri di diametro con compattezza solidissima di riso, poi, con gesto rapido da incursore ad abilità provetta, introdussi dentro l’arma d’esplosione una cucchiaiata abbondante del rosso intingolo a celarne la feroce consistenza, pure, al centro dello stesso misi cubo di cacio a stagionatura bassa, che a filar avrebbe creato recinto d’invalicabile intrigo ad avanzata nemica. A camuffar ordigno siffatto, passai in uovo, dunque a pangrattato e trito di granella di mandorla e pistacchio per croccantezza invalicabile, ancora ad uovo avvoltolai il tutto e, a finire, per mimesi perfetta ed inestricabile d’autentico contenuto ancora a solo pangrattato. Immersi la granata a friggere selvaggia che s’assumesse essenza di calore di nucleo solare. A doratura completa, mentre la granata rischiava d’attivare reazione a catena di nuclei per temperature elevatissime, ne addentai una, poi un’altra, quindi le altre due, con sguardo fiero fisso ad orizzonte. Una bastava, ma giammai avrei predisposto arsenale inadeguato alla sfida che ci attende. Soddisfatto per santabarbara ingombra, feci di fondo di fiasco di rosso apparenza di scorte patrie di gas. E ora vediamo chi la vince che ho pure molotov di sacro whisky a giusta invecchiatura per guerriglia a digestione.

(Non ho fotografato le mie nuove armi per non dare punti di riferimento al nemico)

Radio Pirata 39 (a scanso di liquefazione)

Radio Pirata si piglia il Trentanove, con giusto cipiglio di conguaglio con temperatura ad esterno che in casa pare forno acceso. Pure m’adeguai a indicazione di migliorissimo tra migliorissimi che disse che è fatto di pace non accendere condizionatore ed a boccheggio agonizzo per amor di patria a canna del gas esausta. Poi m’avvidi che non lo accesi che non ne possedetti alcuno. Che vado di musica come si compete a rango istituzionale di radio.

Che cambio di clima pare si sia appalesato senza invito con acqua a razionamento, che pone quesito su come produrre gavettone libero per ragazzo ad esame scongiurato. Proposta di legge potrebbe essere ad uso prosecco, ma c’è opposizione ferma di patto atlantico che impone utilizzo di bevanda a gusto di ciodue e melassa appiccicaticcia per accordo internazionale, pure per fatto d’evidenza che vigna si innaffia male e produzione rischia tasso alcolico a straripo, che tanto fiume a straripo non ci arriva, meglio a sputacchio.

Fiume a sputacchio è grande di impiego a turismo che disvela imbarcazione di guerra a riemersione da secca che a riciclo diventa merce da parco gioco che addestra giovane creatura di campo estivo ad amore naturale per bomba. Inaridimenti musicali non sono previsti.

Che c’è grande apprensione che paese è vittima di querelle come mai prima, fatto ad arrovello genialità d’ogni livello, alimenta dibattito coltissimo per amore di verità che alfine non è dato di chiarezza prezzo esatto di Pizza Margherita. Che si potrebbe abbassare esso stesso ad utilizzo parco e misurato per impasto di Champagne, che è cosa che addiviene a costo più conveniente di apro rubinetto a foraggio di multinazionale. Mi liquefaccio di musica scorrevole e fluida.

Pure è avveduto governo di migliorissimi, che proclama, a dopo proclamazione d’eroe ignoto e multiplo insegnante, medico ed infermiere, per gratitudine a soccorso di paese a pandemia, che a compenso fa taglio orizzontale di scuola e sanità, che così recita progetto d’ampia veduta per paese a sconfinfero d’unità nazionale, sotto stendardo di vette invalicabili di genio politico a statismo immenso. Che a raccatto risparmio faccio tesoretto buono e caritatevole per investo in bombarda di pace, che alleato a battuta pronta chiede a gran voce. Forse per giusto sarebbe che taglio pure pensione, che mando vecchio beone anch’egli a lavoro per zappo orto arido con piccone a mano, che così risparmio di carburo per trattore e faccio embargo a zar. Vado d’eroica musica.

Mi chiudo ma non mi taccio che è a saluto d’autentico affetto a liquefazione su sedia d’esaminatore che domanda trabocchetto feci ad abolizione, ché neurone funziona più come trappola a me che a ragazzo che non sa cosa gli aspetta. Fosse saggio per destino di mondo a mano sua, prospetterebbe prossimo venturo distacco di spina a globo terracqueo, che accanimento terapeutico a tengo in vita moribondo mi parve cosa assai poco a pietas disvelata. Vi faccio flebo di musica.

Radio Pirata 13 (a me medesimo, a chi lo sa)

Oggi Radio Pirata va a numero 13, che siccome porta sfiga, me lo dedico a puntata per me medesimo e a chi s’accolla rischio, che non socializzo sventure se non per delega. Vi riciclo pure foto vecchie che ho ad esausto armamentario d’immagine, altro è in altra casa lontana, in questa ho grattato fondo d’hard disk. Pure di musica m’accenno a patria mia che è mondo intero, ma occhio strizzo a luogo di natali. E di subito mi parto a nota.

Ad ogni buon conto, mettetela come vi pare, uno che nasce su un’isola sta già viaggiando. Perché il mare, tutto intorno, fermo non ci sta, e si muove di correnti e flutti, in definitiva, viaggia conto terzi.

Perciò migranti si nasce, non ci diventi solo se ti devi mettere a camminare. Se hai mare davanti, per forza sei migrante, anche se non ti piace, perché qualcuno o un’onda, che s’è contrariata di vento o bufera, lì ti ci ha portato, pure prima che tu nascessi.

Nell’insularità è connaturata la pigrizia più atavica, quella persino trascendente, che si fa connotazione definitiva ed archetipo illustrativo di genti. E del resto che ti agiti a fare se sei proprio dentro il gorgo più gorgo, il tutto che si muove permanentemente? Fatica sprecata. Che mai fu tale per ascolto di musica.

Che poi anche tutta quell’acqua, pure salata, che ci pensi e ci ripensi, a che ti serve tutta quell’acqua salata? Di bere non si beve e ti tocca portarti un fiasco di vino rosso che è fatto con l’uva là dietro, che s’è innaffiata di salmastro, così sa di terra e pure di mare. Pare come certe canzoni, che sanno di tutto, pure tutto il contrario loro, che s’affermano di puntuale fremituccio sotto pelle

Che è obiettivo che te ne stai a mare a tempo sempre. Pure se la lastra di mare è così ferma che ti dà l’idea che qualunque cosa ci si possa lanciare sopra poi rimbalza. Ti sfiora l’idea che puoi metterti a camminare sulla sabbia per contare quante orme riesci a fare. Ti sfiora, appunto, prima che vedi dove puoi fermarti e che bastano solo pochi passi. Il tempo non c’è sul mare pure a tempo di musica.

Certe volte a mare ci stai solo a guardare le barche. Quelle piccole e malmesse sono libro di tante pagine, pochi versi intensi su ogni facciata, un quadro incorniciato di blu e del colore della rena, che si ravviva di cromatismi quando arriva il crepuscolo, piove o un’aurora si fa strada fra le nuvole a tempesta.

Sono quadri d’un pittore che s’è scordato di firmarli, di mettere in calce una data, un frammento di riconoscibilità, che pure le ha provate tutte prima di metterli in mostra. Poi s’è arreso, senza rendersi conto d’aver firmato un capolavoro con nome d’altro. Le guardi e ti torna in mente immantinente una musica.

E voi, viaggiatori persi che siete attraccati su quest’isola che non vuole guerra né lì né altrove, avete un messaggio da lasciare nella bottiglia? Io ve lo cambio a baratto di musica.

Rigori di logica

Mentre il nuovo che avanza, frutto di strategie talmente elevate che noi comuni mortali non riusciamo a definirne il raffinatissimo disegno, ci travolge, mi sovviene che l’aspra competizione, invero non c’è. Piuttosto pare che l’importante sia partecipare, che alte sfere hanno finalmente iniziato a dare esempio allo sport, che ormai è, invece, solo per chi vince.

Io di sport, che già ne scrissi, non sono avveduto. Una volta amico antico, mi propose una partita allo stadio. Mi convinse per solo un tempo, adducendo a ragione che dei ventidue a mutanda intorno al pallone, uno solo valeva la pena di applaudire. Mentre gli altri ventuno s’arrovellavano e si disfacevano in imprese atletiche, Socrates pareva passeggiare per i campi, gli occhi volti al cielo per schemi imperscrutabili. Pareva che lui e il pallone si evitassero. Per legge di grandi numeri, tre volte tre, quello, rotolando, gli capitò tra i piedi in quella mezza partita. Fece la sua giocata e parve ammutolire il pianeta, che il tocco di tacco, lo stop di petto, rassomigliavano a pennellate raffaellite. E certo non vinceva le partite, ma quanto più epiche furono le scariche di pugni che Alì prese da Foreman di quanti ne diede lui, o sublimi le geometrie variabili di Cifalà, disegni che riconducono alla mente cerchi archimedei sulla sabbia, a svelare i segreti più reconditi dell’universo? Pure, chi passa la borraccia a chi, tra Coppi e Bartali, è narrazione autentica, che importa di chi tagliò primo il traguardo, che nessuno se lo ricorda. Chi vince, talora, arriva dopo.

Vi racconto così storia di sport, che l’ho beccata da novella di Soriano, a metafora che il gioco di chi perde ha in sé bellezze che l’eroe tornato vincitore spesso non reca con sé, nemmeno ne riconosce esistenza.

Il rigore più lungo del mondo

Mi butto in Sudamerica, oggi, così, senza riferimenti a certe manganellate che prendono gli studenti da queste parti, che magari gli sconfinfera poco – che sfacciati, non siamo mica a quell’altro capo di mondo – che loro coetaneo possa crepar di scuola.

Tutti in scena

Mi piace il teatro, sin da che ero bimbo, con le ginocchia sbucciate. Allora m’era concessa l’Opra dei pupi di Don Ciccio, straordinario improvvisatore, abile maneggiator di Durlindana, a provocar lutti infedeli in virtù di proporzione esatta con pubblico pagante.

Che mai avrei pensato di farne anch’io, di teatro intendo, pure se m’affascinava financo l’artista di strada che chiedeva oboli in feste di piazza, o s’accomodava a gradino a passaggio di santa in processione. Ma capitò che, liceale, arringassi folle in piedi sulla sella di Lambretta di Peppe Molotov, sull’uscio della scuola. Poi, al che quei quattro a massa compatta e claudicante s’allontanarono, e mentre ripulivo l’improvvisato palco su invito perentorio del legittimo proprietario, la prof di musica, sostenendo in me uso naturale di diaframma, mi invitò, con foglietto d’appunto, a seguire corsi di recitazione. Immagino sperasse m’occupassi d’altro, smettendo attività agit prop. Ora, lì ed a quei tempi, ce n’erano a iosa, virati all’antico di tragedia, o pirandelliani, financo dialettal martogliani e di folclore vario. Che optai per i secondi che, si vociferava, si poteva pure finire a comparsata, qual trampolino per fulgide carriere, fianco a fianco con grande teatrante che, unico per voce, aveva diritto rivolgerla a Domineddio in persona. Che proprio Egli, – non Domineddio, l’altro – già male in arnese, invero, venne tra i corsisti che cercava un paio di comparse, entrambe ad uso di giovane da bar, l’uno per prendere ordinazione con battuta sintetica ma esaustiva – “cosa posso servire a lor signori?” – l’altro per consegna conseguenziale di caffè.

Volle ascoltarci e, indicando me, con voce gloriosa disse, “voglio questo”, quell’altro mi porta il caffè. Era prova d’autore sacro, che mi feci le prove ed imparai la battuta definitiva a sommo suggerimento di regia. Ma m’ero convinto che quella era occasione che non poteva essere sprecata in banale liturgia d’apparizione, che la battutina avrei dissimulato d’impararla come imposta, ma, una volta sul palco, quando indietro non si torna, l’avrei declamata che sarebbe rimasta in annali, studiata nelle accademie, me l’avrebbero fatta ripetere pari pari pure nei rotocalchi TV, forse financo m’avrebbero dedicato speciale in “AZ, un fatto, come e perché”. Mi divisi tempo in prove d’ortodossia col resto della compagnia, mentre, in gran segreto, declamavo “cosa posso servire a lor signori?” fronte mare, cercando l’intonazione da leggenda, studiando nel dettaglio ogni sillaba che financo i pesci se ne venivano a galla per plauso d’estasi. A casa anche, solo dinnanzi allo specchio, perfezionavo battuta e postura sinché non m’avvidi d’aver raggiunto perfezione aulica. E venne il giorno, che già mi vedevo portato in trionfo, che d’adrenalina d’attesa m’ero reso madido di sudore. Come sorge il sole giunse il momento che, spavaldo quale paladino di Francia, feci ingresso in scena e m’avviai verso il suo centro. Commisi però l’errore di voltarmi verso il pubblico, e di penombra scorsi oceano d’occhi. Chissà quanti erano laggiù, in affollata platea, che m’avrebbero riconosciuto, vicini di casa, compagni di classe o genitori di compagni di classe, forse semplici occasionali incontri su moletto da pesca, al bar, botteghino di cinema, libreria o panificio, quanti avrebbero cercato di abbinare il mio volto e quella battuta ad uno dei nomi sul manifesto. Fu così che non dissi nulla, che la vista mi si annebbiò, mi s’annodarono corde vocali, la gola si fece improvvisamente secca. La divinità sul palco sollevò lo sguardo e parlò: “lei, certamente, vuol sapere cosa desideriamo. Due caffè, grazie”. Se non altro le ginocchia ricominciarono a funzionare per fuggire da lì dopo ch’ebbi a malapena annuito. Ma non fu quella ansia da prestazione, panico d’esordiente, fu la prima avvisaglia del me altro, una prima manifestazione di desiderio di nessunescenza, che m’aveva attanagliato nel momento peggiore, senza preavviso, a tradimento. La possessione era iniziata, il me nessuno allora, come creatura appena nata, chiedeva considerazione, come prurito sotto la pelle. Fu quell’altro me, però, che s’appiattì a carta da parati alla parete del corridoio che, dal retro palco, conduceva ai camerini. Non mi mossi, sperando che nessuno mi notasse, o che mi interpretassero quale manifesto d’antico spettacolo. Infine, che lo colsi da ovazione, la rappresentazione si concluse. La divinità mi passò accanto aggrappato a braccio d’accompagnatrice, e la strattonò leggermente quando mi fu a tiro. Sollevò lo sguardo, che immaginavo infuocato ed invece m’apparve virato sul compassionevole, poi tirò fuori a voce stanca: “Bravo, quando non si ha niente da dire, è meglio tacere”. Poi ricominciò il suo percorso verso il camerino, sussurrando a chi gli stava accanto: “questo non me lo fate ritrovare tra i coglioni”.

E se non bastasse