Normalmente anormali

Mi capita, spesso, anche perché mi consente di soddisfare pigrizie ataviche, di ripubblicare cose scritte già tempo fa, prima che il tempo mi conceda il desiderio di ripudiarle. Lo rifaccio ancora, questa volta con una certa malcelata inquietudine, poiché a me pare pure di respirarne a vagonate nell’aria. E’ cosa che ho buttato giù circa un anno fa e, com’è d’uopo, mi virgoletto, così mi cito. Fate voi se s’adatta ai tempi nuovi, e magari, prima di cominciare a leggere, avviate la musica giù in fondo, che v’aiuta la digestione.

“Ed ora che piano piano si cerca di ritornare all’auspicata “normalità”, mi rendo conto che forse non è quello che volevo, almeno non in queste forme. In realtà di tempo per riacquistare la facoltà di rimettere il naso fuori di casa non me ne rimane a bizzeffe, prigioniero, da insegnante, della didattica a distanza che ha moltiplicato il mio impegno sottraendomi la parte più essenziale e bella del mio lavoro, il rapporto con i ragazzi. E sarà pure che questa auspicata “normalità” si scontra con quella che molti hanno definito la “sindrome della capanna”, quella sorta di appagamento definitivo dello starsene in casa che ci becca giusto giusto quando l’evasione è alle porte. E poi la mascherina mi appanna gli occhiali, i guanti mi fanno perdere la sensibilità nel maneggiare le cose, mi indispettiscono. Sarà anche che del ritorno al “normale” mi fa paura l’orrenda atmosfera di intolleranza che, sopita per qualche scampolo di tempo nelle segrete stanze dei nostri domicili coatti, ora si ripresenta per la solita insostenibile insipienza dell’essere.

Ma tant’è, si ricomincia. Ricomincia la “normalità”, lo sfruttamento, il massacro ambientale, lo sbraitare contro qualche minoranza per nascondere le nostre più inconfessabili frustrazioni. Tornano in scena i protagonisti dell’odio a cottimo, sguaiati, bugiardi. Il loro obiettivo però non è cancellare le minoranze, lasciando che divengano capro espiatorio per i nostri disagi, le nostre fragilità, piuttosto soggiogare le masse, dunque ciascuno di noi. Le minoranze vengono usate in modo cinico e spietato per obnubilare le moltitudini che tornano a reclamarne il sangue come nell’antica Roma si esigeva quello dei gladiatori. Occuparsi degli ultimi, liberare Spartaco e far sentire la sua voce, non è dunque soltanto l’agire di chi non rinuncia alla propria umanità, ma anche un necessario atto di legittima difesa.

Eppure mi viene da pensare che, mentre fremevamo nei nostri isolamenti, come un inintelligibile disturbo sotto la pelle, magari a molti s’è palesata quella voglia di riscrivere un’altra “normalità”, di riprendersi da protagonisti quel pezzo d’umanità che fugge, diventarne gli untori in una nuova pandemia per cui non vorremmo si trovasse cura. Voglio lasciarvi con una cosa che certe volte mi torna alla mente, una di quelle che per quanti anni possano avere non se ne vanno mai, come un monito perenne e vertiginoso.”

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è dsc_0015.jpg

“Le atrocità sollevano un’indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono “more”, “sudice”, dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. (…) L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell’istante in cui l’occhio di un animale ferito a morte colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – “non è che un animale” – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il “non è che un animale”, a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell’uomo è la parodia dell’uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della “proiezione morbosa” che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l’umano proprio come il diverso”. (Theodor Adorno)

Normalmente anormali

Ed ora che piano piano si cerca di ritornare all’auspicata “normalità”, mi rendo conto che forse non è quello che volevo, almeno non in queste forme. In realtà di tempo per riacquistare la facoltà di rimettere il naso fuori di casa non me ne rimane a bizzeffe, prigioniero, da insegnante, della didattica a distanza che ha moltiplicato il mio impegno sottraendomi la parte più essenziale e bella del mio lavoro, il rapporto con i ragazzi. E sarà pure che questa auspicata “normalità” si scontra con quella che molti hanno definito la “sindrome della capanna”, quella sorta di appagamento definitivo dello starsene in casa che ci becca giusto giusto quando l’evasione è alle porte. E poi la mascherina mi appanna gli occhiali, i guanti mi fanno perdere la sensibilità nel maneggiare le cose, mi indispettiscono. Sarà anche che del ritorno al “normale” mi fa paura l’orrenda atmosfera di intolleranza che, sopita per qualche scampolo di tempo nelle segrete stanze dei nostri domicili coatti, ora si ripresenta per la solita insostenibile insipienza dell’essere.

Ma tant’è, si ricomincia. Ricomincia la “normalità”, lo sfruttamento, il massacro ambientale, lo sbraitare contro qualche minoranza per nascondere le nostre più inconfessabili frustrazioni. Tornano in scena i protagonisti dell’odio a cottimo, sguaiati, bugiardi. Il loro obiettivo però non è cancellare le minoranze, lasciando che divengano capro espiatorio per i nostri disagi, le nostre fragilità, piuttosto soggiogare le masse, dunque ciascuno di noi. Le minoranze vengono usate in modo cinico e spietato per obnubilare le moltitudini che tornano a reclamarne il sangue come nell’antica Roma si esigeva quello dei gladiatori. Occuparsi degli ultimi, liberare Spartaco e far sentire la sua voce, non è dunque soltanto l’agire di chi non rinuncia alla propria umanità, ma anche un necessario atto di legittima difesa.

Eppure mi viene da pensare che, mentre fremevamo nei nostri isolamenti, come un inintelligibile disturbo sotto la pelle, magari a molti s’è palesata quella voglia di riscrivere un’altra “normalità”, di riprendersi da protagonisti quel pezzo d’umanità che fugge, diventarne gli untori in una nuova pandemia per cui non vorremmo si trovasse cura.

Voglio lasciarvi con una cosa che certe volte mi torna alla mente, una di quelle che per quanti anni possano avere non se ne vanno mai, come un monito perenne e vertiginoso.

“Le atrocità sollevano un’indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono “more”, “sudice”, dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. (…) L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell’istante in cui l’occhio di un animale ferito a morte colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – “non è che un animale” – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il “non è che un animale”, a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell’uomo è la parodia dell’uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della “proiezione morbosa” che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l’umano proprio come il diverso”. (Theodor Adorno)