Un ferro di cavallo

Trovando un ferro di cavallo

Guardando il bosco diciamo:
ecco il legno delle navi, degli alberi maestri,
pini rosati
liberi fino in cima dal ruvido fardello,
a loro di gemere nella burrasca
solitarie conifere
nell’imbestialita aria non boschiva:
sotto il salato tallone del vento resiste l’archipendolo fissato alla tolda danzante.
E il navigatore dei mari nella sua smisurata ansia di spazio
trascinando per umidi solchi il fragile strumento del geometra
confronta l’attrazione del grembo terrestre
con lo scabro livello delle acque
e respirando l’odore
di lacrime di resina dal fasciame della nave,
ammirando le tavole
inchiodate, composte in paratie
non dal buon falegname di Betlemme, ma dall’altro
– il padre dei viaggi, l’amico dell’andar per mari –
diciamo:
anche loro stavano sulla terra,
scomoda come la spina dorsale di un asino,
per le cime dimenticando le radici,
dritti sul famoso crinale,
e vociavano sotto l’insipido acquazzone,
proponendo invano al cielo di scambiare con una manciata di sale
il loro carico prezioso…”
(Osip Ėmil’evič Mandel’štam)

Torno appena un attimo, ché sono a trafelo parossistico e faccio saluto collettivo a blogosfera, e m’andò di far omaggio di verso di cui sopra a scanso d’equivoco che è tempo triste, pure assai. Mi verrebbe pure di scrivere cose su cose, che poi pensai che scrivo a che uopo che mondo pare d’impazzimento? C’è morto ad annego a ogni giorno e si fa a tiro a bersaglio su chi salva disgraziato. Pure c’è tale elevatissimo che dice che sbarco di disgraziato è cosa che è colpa di gente buona ed accogliente che non fa abbastanza digrigno di dente a fronte porto e s’accende di pietas. Che noi abbiamo altro a pensare che c’è guerra ad appronto, che dobbiamo fare a chi lancia bombarda più grossa. C’è urlo a sovrumana potenza di giornalettuma all’unisono che non c’è pace che occasione e ghiotta per armiamoci e partite. E mentre s’appronta pontissimo che è stupor mundi si fa a seccagione precisa d’ogni fiume, pure grande e grosso si fa riduzione di pisciatina di bimbo, a navigazione di larva di zanza con grande e gloriosa e giusta nuova patologia per nuova pandemia di nuova concezione che poi si può anche dire che la portò sciagurato che non s’arrese ad annego.

E tiro addietro fer di cavallo che porta bene se becca taluno che dico io in testa, pure di rimbalzo può essere che me ne faccio due in un colpo come piccione con sola fava. Anche ciao Ivano e ciao Gianni che ve ne siete andati, che ormai non mi stupisce più di chi va via, mi sgomento assai per chi resta. E vi risaluto che mi reimmergo a cosa nuova e sempre a sorpresa che mi pare inutile come quella già fatta a massa enorme.

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16 risposte a "Un ferro di cavallo"

  1. Eccome poter darti torto? Anche questo tuo post racchiude delle verità assolute purtroppo è s9n9nd’accordo con te quando affermi che non ti stupisci più di chi va via ma ti impressiona invece chi resta 🥀🥀🥀

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  2. Aggiungo un saluto anch’io, ❤️anche se non lo sapranno mai, ai due Amici che se ne sono andati.
    … A volte preferirei non sapere – anche di altri – e pensarli sempre vivi, a calcare le tavole del teatro, o con il microfono e il tacqino in mano, inseguendo interviste impossibili, o altro.
    I social, poi, aumentano a dismisura gli attimi che segueno questi tristi addii…
    A volte si ha bisogno anche di qualche attimo di silenzio, che non vuol dire indifferenza. Comunque, questa è la realtà. Per fortuna possiamo consolarci rivedendo i loro momenti più belli.
    Sul grande poeta russo ho da poco trovato “Gli ultimi giorni di Mandel’Stam” un romanzo scritto da Venus Khoury-Ghata, una poetessa franco-libanese che, oltre alla moglie e a pochissimi amici, offrì il suo aiuto al poeta perseguitato da Stalin, ammalato e in miseria. Che storie…

    Ciao, buona serata e anche settimana! ☀️

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