In memoriam

Che è tempo che si compiange il morto, che da vivo era a colpo di obice. Ch’era bello se c’era lui, ma quando c’era lui era meglio a fa bersaglio per sparo ad alzo uomo, a sbuff di noia. E pure io faccio necrologio ma non d’anniversario, necrologio a come viene, ad omaggio del tempo che fu, di chi fu e non si accorse nessuno che fu. Che comincio che vado prima di musica che di secondo ci ho ricordo gustoso a contorno di nostalgie che il tempo fu.

E comincio da Cisco, ch’ebbe a batter ferro prima che la mezza ettolitrata di vino che consumò ad ogni pasto, ma pure tra l’uno e l’altro, non gli facesse soppiantare materialità enologiche con polvere diffuse a grotta di ladroni a piede di vulcano autentico – ch’egli fu maestro di forgia ad incandescenza – pure in fiume da risciacquo di lingua patria, come da volontà sua. Ch’egli scolpi a sublime gatti per teatro di Shakespeare ed ogni altra opera di maestria, ma mai adorò lavoro, pure ne rifuggì orripilato ad ogni suo ripresentarsi.

Il Cisco, che gliela feci io la foto giusta

Che casa sua era a porta aperta, pure finestra fu tale, che c’era da bere e da mangiare per conosciuto e sconosciuto a bisogna di trangugio per fame conclamata. Che mai chiese a che d’uopo si presentava taluno, ch’egli provvide a sfamarlo e pure a dissetarlo, giammai d’acqua, che a quattro carponi era d’abbisogna che si lasciasse casa.

Pure ho memoria di Tano, che si fece a sindacato di barricata, ch’egli, a fondo di pantaloni consunto per calcio in culo di celerino od ogni altra bestia nera, s’era immolato di campi in campi, a schiena ricurva, che ad incontrarlo ci scappava pezzo di cacio e bicchiere di vino a sopra muretto, che bastava a uno smunto come egli, ma a egli uno che mangiava solo non piaceva. Ch’egli disse, a riso di stolto che a scherno ne guardava passeggio sbilenco, che ad abolizione di scala mobile che volle mammasantissima primo fra ogni mammasantissima, per sostituzione ch’ebbe a nominare democrazia di concertazione, c’era ad orizzonte bobo nero a doppio petto blu (manco di coraggio di nero) a bottoname a d’oro, che contratto avrebbe messo a congelatore, solo incentivo per acquisto di corda per nodo scorsoio a luogo di cravatta buona di domenica a messa.

Che tutti ridono di povero Tano che parlava e straparlava, ch’ebbero paura di sua ragione che diceva che sfrutto d’uomo era d’uomo che a mercato nero aveva riciclato quota sua d’anima d’umanità. Che diceva s’io zappo terra questa è terra di tutti, non di padrone, nemmanco di chi la zappa, ma di chi abbisogna di suo frutto. E quando Tano si fece a torno a terra zappata a vita, per nazionale senza filtro con bollo di monopolio di stato, non fu verso di lacrima che di pochi, che paura mondo ebbe di volgere sguardo a sua imperitura ragione.

A ricordo commosso vado a Tano che sondò abisso a cerca di sarda, che manco trovò più tonno che prima faceva a tavola gonfia per sua famiglia, ma pure per vicinato intero che non aveva manco tovaglia su tavola, forse manco sedia che non fosse cassetta a legno di mercato esausta. Che ruga di sale fu via per lacrima di fatica che divenne goccia di mare e ancora vaga con suo codice genetico di viaggio infinito, d’orizzonte ad orizzonte.

Ch’egli si fece a tappeto per bastonata contro mammasantissima e potentissimo a peschereccio di surgelo a pesca a strascico e palamitara lunga mille mila miglia, che succhiò ogni bestia che dava a mangio a famiglia e vicinato, per pregiato menù di ristorante a collezione di stelle di tutto firmamento, che primo e secondo costa quanto tutta la barca ed attrezzo di Tano. Che a Tano, d’artrite quasi paralitico, fu bufera che lo portò via, bufera di disperazione sua, abbraccio di mare che volle suo figlio a canto suo, a privo di fatica, finalmente.

Infine memoria spendo per Maria, che di nulla tenere fece a nulla temere, che si lanciò sotto camionette di rastrellamento di proscrizione a far partire giovane a morire, ch’era scampato già a guerra. E quello gli fecero pagare a carcere pesante ed a chiusura a vigilanza di monaca, per stento infinito, a parto ed allevo figlia sua a quattro mura a freddo, ma mai smise a grido di non si parte che la guerra la fanno i potenti fra di loro, ma col sangue dei poveri cristi che già sangue n’hanno poco e pure sfatto di privazione.

A tutti questi dedico memoria che sono rappresentanti d’umanità perdute che non ebbero ad apparire a ricordo di giornalettume, che, almeno di questo, morte gli fece dono di risparmio. E forse un po’ anche a me, mi faccio dedica ad ancora vivo.

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45 risposte a "In memoriam"

  1. Mai adorò lavoro, pure ne rifuggì orripilato ad ogni suo ripresentarsi. Utilizzi delle definizioni davvero particolari, te l’ho detto anche un’altra volta che hai un modo di scrivere davvero particolare!
    Grande Giò! 🌹

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      1. Ma non era in discussione il bere, fortunatamente, alla mia veneranda età, so ancora distinguere il bene dal male e le brave persone e non sono ubriaca, sono molto sobria! Hic hic , mi sono ubriacata con l’acqua minerale! 😄😄😄

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      1. Ci saranno sempre questi ricordi finché ci sarai tu a tenerli vivi e poi si spera che continueranno a restare nella memoria degli altri… le amicizie profonde non si dissolvono nemmeno col trapasso anzi sono sempre stata dell’idea che chi per prima se ne va … attende pacificamente l’altro che lo raggiunga un giorno per proseguire … In un altro tempo e in un altro modo, e luogo. 😃

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  2. È tardi, ma non abbastanza io brindo al tuo compagno e grande amico
    Gio hai scritto nn omaggio speciale ❤️
    Aggiungo ché di compagni ce ne sono stati ed hanno ben inciso un grande cuore nei nostri cuori…M’allargo un po’ con la maison du bon dieu
    Prosit 🍾🥂 🥂🍾 🥂🍾 davvero
    Buona notte

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