Le cere perse

Che è finito uno in tramoggia, proprio a due passi da casa mia (rende liberi, il lavoro), mentre il bollettino d’altro è cammino impietoso, e il teatro dell’assurdo è a scheda bianca e voto Topolino – o Minnie, per quota rosa – pare che fa il palio con farsa scritta a mano manca. In giorno di memoria mi sovviene che a memoria di passato non abbiamo occhi per oggi. Vado di musica, che esagero, che i tempi vanno di fretta, e ve ne passo che dura a stonfo, ad aprire e chiudere, pure ad inframezzo, se vi pare.

Ad essere nessuno io ci guadagno, che posso anche star zitto, che tanto anche se parlo non conta niente, che ho in testa, ormai, solo scoglio a mare aperto, che quello basterebbe, quello m’aspetta.

Mi sono fatto Repubblica di silenzio, indi e per cui, faccio ambasciatore mio altro d’altri tempi, di più titoli e parole inesauste delle mie, che il tempo non passa, che quel ch’è scritto ieri pare per l’oggi uguale.

“L’uomo, si dice. E noi pensiamo a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, e a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo all’offesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche a tutto quello che in lui è offeso, e ch’era, in lui, per renderlo felice. Questo è l’uomo. Ma l’offesa che cos’è? È fatta all’uomo e al mondo. Da chi è fatta? E il sangue che è sparso? La persecuzione? L’oppressione?

Chi è caduto anche si alza. Offeso, oppresso, anche prende su le catene dai suoi piedi e si arma di esse: è perché vuol liberarsi, non per vendicarsi. Questo anche è l’uomo. (…) Ma l’offesa in se stessa? È altro dall’uomo? È fuori dall’uomo?

Questo è il punto in cui sbagliamo.

Noi presumiamo che sia nell’uomo solo quello che è sofferto, e che in noi è scontato. Aver fame. Questo diciamo che è nell’uomo. Aver freddo. E uscire dalla fame, lasciare indietro il freddo, respirare l’aria della terra, e averla, avere la terra, gli alberi, i fiumi, il grano, le città, vincere il lupo e guardare in faccia il mondo. Questo diciamo che è nell’uomo. (…)

Ma l’uomo può anche fare senza che vi sia nulla in lui, né patito, né scontato, né fame, né freddo, e noi diciamo che non è l’uomo.

Noi lo vediamo. È lo stesso del lupo. Egli attacca e offende. E noi diciamo: questo non è l’uomo. Egli fa con freddezza come fa il lupo. Ma toglie questo che sia l’uomo?

Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! O uomo!

Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lagrime? Ecco l’uomo.

E chi ha offeso che cos’è? Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo.” (Uomini e no, Elio Vittorini)


24 risposte a "Le cere perse"

      1. Pare che quest’anno ‘sta memoria sia ancora più importante, per tanti. Leggo rimescolamenti che mettono i brividi. Temo che la nebbia tenace da tanti giorni esca dai cervelli e non sia frutto di stagione.

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  1. Giò il tuo scritto corrisponde a realtà, sei stato gentile nel dire e mi commuove molto sempre questo vivere così misero, così piccolo.

    Ho trascritto qualcosa che mi si è messo nel cuore.
    Di Mario de Sa Carneiro tradotto in italiano. Anche per la sua storia personale.
    A me ricorda Fernando Pessoa , si conoscevano personalmente.

    Non so che cosa ne pensi…di poeti ne esistono tanti.

    “Un poco più di sole…ed ero brace
    un poco più d’azzurro…ed ero oltre
    per riuscire mi è mancato un colpo d’ala…
    potessi almeno restare al di qua…

    stupore o pace? invano…tutto è svanito
    in un basso mare di spuma ingannatore;
    e il grande sogno svegliatosi in bruma,
    il grande sogno – ahimè! – quasi vissuto…

    quasi l’amore, quasi il trionfo e il fuoco,
    quasi il principio e la fine – quasi l’espansione…
    ma nell’animo mio tutto si scioglie…
    eppure niente è un’illusione!

    tutto ho iniziato sempre…e tutto errato…
    – ah, il dolore senza fine di esser-quasi…-
    io fallii per gli altri, ho fallito in me,
    ala che si slanciò ma non volò…

    momenti d’anima dissipati…
    templi dove mai misi un altare…
    fiumi smarriti e non condotti al mare…
    ansie sofferte, che non ho fissato…

    se mi vagheggio trovo solo indizi…
    ogive a mezzogiorno – sono sbarrate;
    e mani di eroi, empie, intimorite,
    hanno cinto di grate i precipizi…

    in uno slancio fradicio di accidia,
    tutto intrapresi e nulla conquistai…
    oggi di me rimane il disincanto
    di ciò che senza vivere baciai…
    ……………………………….
    ……………………………….
    un poco più di sole… ed ero brace
    un poco più d’azzurro…ed ero oltre.
    per riuscire mi è mancato un colpo d’ala…
    potessi almeno restare al di qua…”

    Mario de Sa-Carneiro Parigi, 13 maggio 1913
    da Dispersione

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