Sono colpevole

Il nostro tempo preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere. Ciò che per esso è sacro, non è che l’illusione, ma ciò che è profano, è la verità.” (Guy Ernest Debord)

Mi disse, amico caro a perduta conversazione, mentre leggeva le pagine di questo blog, che poco gli sconfinferava ch’io nascondessi la mia identità. Che mi toccò di spiegare che non la nascondevo affatto, che quell’altro me che s’aggira per il mondo, se taluno dalla finestra ne urla il nome assieme a cognome, altri non si volta che lui. Rivendicavo, piuttosto, l’essenza del mio nulla nell’essere nessuno, che quello, ad oggi, m’appare atto finalmente eversivo, di dissacrante irriconoscenza verso il mondo d’intorno ricco di sgomito.

Poi, a continuare, mi relegò a discussione sull’oggi che trema d’impietosa decadenza, d’informazione negletta, pure mi girò pletore e più di millanta scritti a web e video che – sempre a dire suo – smantellavano il mainstream. Che ci sono termini dell’oggi che mi lasciano simpatie urticanti, che pare ci siamo persi s memoria di semplice apparentamento d’nformazione a potere. Che se Pasolini, a stigma di Villa Giulia, come Sciascia sui professionisti dell’antimafia, anziché il paginone roboante del giornalone, avessero usato altro mezzo, forse non avrebbero fatto etto di danno ad essere ignorati, che tanto si son confusi di tiramenti di giacchetta. Che poi, mi domando e dico, quale sarebbe la ragione che più mi sfuggì, che rende faccelibro et similia, dei tre o quattro più ricchi del mondo, pure per click d’antagonismo, meno mainstrimmanti? Che ho odore d’appattamento, di gioco di parti. Dunque, m’annessuno volentieri, pure più volentieri di sempre.

E nel mio annessunarmi ancor più eversivo, m’è balenato per la testa che non avevo fatto degni auguri al caro collega in pensione. Neppure mi viene d’andarlo a trovare che, in là con gli anni e preda facile d’acciacchi pesanti, rischio, ad auguri sentiti, d’aggiungere carico da novanta da scuola sicura. E così m’avvenne di mettermi a rovistare, sino a scorgere in fondo a cassetto, stipato d’ogni scemenza mi scordo di far monnezza, due fogli, due, che lì mi pareva d’averli lasciati, di carta martellata di un qualche remoto pregio. Ne inserisco prima l’uno quindi l’altro nella vecchia tedesca, e batto tasti meccanici a testo d’affetto, a ricordo pure d’altro collega, che ci ha fatto scherzo d’abbandono anzitempo. Poiché avevo necessità impellenti di prelievo di contante a bancoposta, m’avanzavano 95 centesimi per spedizione ordinaria, e consegnata la busta alla solerte funzionaria, con tanto di destinatario accompagnato da mittente, me ne sono tornato a casa, guardingo, che quello mi parve davvero atto eversivo, pure con tanto di firma ad autodenuncia.


20 risposte a "Sono colpevole"

  1. a volte penso che conoscendo l’identità completa dell’autore di uno scritto, che sia prosa articolo poesia o semplice riflessione, si possano spezzare equilibri di giudizio; l’anonimato concede l’esser presi in attenzione senza preconcetti, nel bene o nel male…scusa il mio fuoritema ma è un pensiero che mi è tornato ora che ho letto il tuo post

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  2. Che mi toccò di spiegare che non la nascondevo affatto, che quell’altro me che s’aggira per il mondo, se taluno dalla finestra ne urla il nome assieme a cognome, altri non si volta che lui.

    Quell’altro me. Fantastico prof.💚

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