Le mie prigioni

Che ormai la storia della mia quarantena mi pare che sia diario di viaggio perduto, un classico letterario con cui sollazzo me stesso, privo d’altre beatitudini nell’isolamento coatto. Che il primo tampone è arrivato (lussuoso molecolare, mica mordi & fuggi o pizza e fichi) che, con quello negativo, il sintomo psicosomatico se n’è svanito per com’era arrivato. In attesa del secondo, m’avvedo che sto davanti allo schermo già da troppo, che m’è preso il calo dell’occhio, dunque, musica sia, che l’orecchio appare assai meno stanco. e riciclo cosa che ci sta, che riempie pagine ed è all’uopo che non devo riscriverla.

“Ci sono personaggi della letteratura che se ne stanno nell’immaginario senza fare rumore, non vogliono dare fastidio. A volte ritornano, come un fiume carsico che riemerge più in là. A me ne è rimasto uno che mi si affastella ultimamente, insieme ad altre memorie, si fa il fotofinish con il Capitano Achab: l’Abate Faria, rincalzo di punta nel Conte di Montecristo di Alexandre Dumas e Auguste Maquet. Lessi il romanzo ch’ero alle medie e ancora c’era in giro il maestro Manzi.

Ogni mese o due – non ricordo bene – un professore che aveva la sigaretta accesa incorporata, rovesciava sulla cattedra un po’ di libri sbiaditi e logori, e noi dovevamo pescarne uno dal mucchio. Già allora avevo una certa repulsa per lo sgomito, m’è rimasta per le resse al banco delle cene a buffet – di norma digiuno -. A scanso d’equivoci, non è che spintonarsi alla cattedra fosse da ascrivere ad avidità culturale di quella ciurma scalcagnata della nave Suburbia; è che il professore pretendeva la relazioncina sul libro che avremmo dovuto leggere. Dunque, sic et simpliciter, l’azzanno collettivo era funzionale all’accaparro del libro con tante figure e poca roba scritta. Il Conte di Montecristo non rientra in quella categoria e, da buon ultimo, mi toccò a primo acchito. Facendo di necessità virtù, lo lessi d’un fiato, folgorato sulla via di Damasco. Divenni, senza porre tempo in mezzo, io stesso il conte, spietato come lui, ricco assai meno. Tuttavia, sfidavo a singolar tenzone i coetanei più grossi, perché tanto più il nemico è armato più ne verrà in gloria l’averlo affrontato. Accampando pretesti per presunti torti subiti, davo appuntamenti all’alba dietro conventi dei frati minori, brandendo l’indice a mo’ di spada. Ne buscai tante, ma ne uscivo soddisfatto. Per un periodo almeno. Poi, coi lividi, mi crebbe il dubbio, una cosa sotto la pelle che incomprensibilmente mi procurava pruriti nervosi. Decisi di rimettere mano al testo per cercare di capire cosa mi fosse sfuggito e che mi cortocircuitava in testa. Alla ressa successiva, poiché era ormai nota la mia spietatezza, non dovetti sgomitare. Le folle s’allargarono davanti a me come s’aprirono le acque del Mar Rosso al passaggio del popolo eletto, e m’assicurai si il libro di poche righe e tante figure, ma sotto vi feci scivolare con destrezza il fitto “Il Conte di Montecristo”, compiendo il mio primo esproprio proletario. Lo lessi e lo rilessi, quasi non pensavo ad altro. Fu lì che il conte divenne comprimario dell’abate. Ma come, pensai, quello s’affanna per uno spicchio di cielo, per un sorso d’aria, ti fa pure cristiano (nel senso d’umano, senza troppe accezioni religiose, come dicevano i vecchi) spiegandoti le cose del mondo, l’uso proprio del verbo, ti spiana strada per libertà definitive scavando il tunnel della Manica con le unghie e un cucchiaino da tè, t’attrezza un’autostrada verso la ricchezza, e tu che fai? Adesso che sei stramiliardario, che al cospetto Trump pare il ragazzo che ti chiede l’Euro del carrello della spesa, ti potevi comprare un’isola della Grecia o della Martinica, farti un Resort con tutti i confort; oppure, se proprio ti piaceva la bella vita d’occidente, un castello nella Loira, in riva al bosco, con giardino, sauna e doppi servizi. Se pure t’era rimasta in cuore la nobile fanciulla di cui i traditori t’avevano privato con cinica arguzia, vattela a rapire notte tempo, che lei ci viene con te, che t’ha serbato ricordo caldo nella memoria. Con lei te ne potevi stare tranquillo e beato a goderti la fortuna che t’è accorsa, a brindare con Bordeaux e Cognac alla memoria dell’abate, portandoti dietro pure l’unico vantaggio della reclusione: l’essere regredito alla condizione umana primigenia, capace d’afferrare il senso di ciò che si intende per bisogno essenziale, consapevole, finalmente, di cosa significa appagarlo. E invece… Ti procuri un servo sciocco, ti vesti come un manichino d’una Standa d’epoca, e t’appresti a vendicarti, arrovellandoti e costruendoti prigioni di fegato e bile. E la libertà? Non ti serviva quella? Ecco, questo ne ricavai, che il conte quasi non me lo ricordo, l’abate, invece, me lo porto dietro.

Ultimamente, come dicevo, mi si è ripresentato, l’abate intendo. Saranno le lunghe reclusioni forzate, le quarantene, la prigione del lavoro che s’accosta alle quattro mura tra cui soffrire la clausura, ma, insomma, a me manca l’Abate Faria, tanto più che non ho vendette da consumare.

E come Edmond, tutti, soli con noi, riconquistiamo lentamente ma inesorabilmente l’essenza stessa della natura umana, con le barbe che sfogano la loro pulsione antigravitazionale, capelli che s’arruffano, forchette che spariscono, vestiti che si ungono di soffritti. Ma come un qualsiasi Dantes, la libertà ritrovata, anche solo per un istante, si trasforma in vendetta. Dal carcere alla ressa ai centri commerciali, davanti ai concessionari per comprare la vettura con cui ingravidare il garage, affollare i parcheggi, congestionare gli incroci, prenotare appuntamenti notturni con operatori estetici, che recuperano dall’abbrutimento le forme ataviche della nicchia ecologica. A me viene voglia d’altro, di corse (lente, anzi, lentissime, facciamo passeggiate) ignudi sulle spiagge deserte del Mar d’Africa, sino al tramonto ed alle reti di Pilu Rais, nella speranza della ricciola all’acqua pazza, delle rughe dell’altopiano quando piove, che gli orti si gonfiano d’orgoglio e le mucche promettono formaggi, col contadino, prima scosso del tuo apparire selvatico, che poi si commuove e t’omaggia d’uova e verdure. E la sindrome della capanna, che diviene ritiro assai poco spirituale in amplessi incondizionati tra comunardi e baratti d’essenze biologiche. È la libertà che mi penso. Ma voi, novelli Dantes, di chi volete vendicarvi, della vita stessa, della bellezza che non v’è stata prescritta dal medico o da un faccialibro qualsiasi e che non riconoscete più, pure vi infastidisce quando, solo guardando un estratto conto, – spesso in rosso – sceglierete cosa fare del sorso d’aria che v’è concesso?”

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38 risposte a "Le mie prigioni"

  1. Che bella disquisizione intorno al l’abate Faria. Credo che, dal paradiso dei personaggi romanzeschi, non potrà che essertene infinitamente grato. A maggior ragione che lo hai attualizzato, prendendo spunto dalla pandemia e dalle restrizioni da essa provocate.

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    1. L’Abate Faria è l’archetipo illustrativo della voglia di libertà, ed è passato in secondo piano dinnanzi alla ferocia della vendetta. Ma è il mondo dell’oggi, in cui si confonde la libertà, con la sua ricerca necessaria della bellezza, per il cash & carry.

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      1. Ecco. Ahahah…
        Allora con tre positivi in classe, quarantena.
        Ma noi siamo a due colleghe. Comunque nietz, casa, tana libera tutti.
        C’era il vincolo delle due ore di compresenza,non so se inventato da un folle, niente, disatteso anche questo perché aumentano i positivi, quindi fermiamo tutta l’interclasse. In attesa che l’ospedale ci chiami (70 persone) per molecolare. Pochissimi avvisi arrivati. Io fatto oggi. In attesa ancora di esito.
        Se negativo la vice preside dice che domani al massimo dopo, rientro. La responsabile covid, tra cinque giorni. Nel frattempo la classe parrebbe in castigo dietro la porta, ma ci crediamo?

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  2. Il primo libro era I tre moschettieri, immagino. Del Conte di Montecristo, si ama tutto, dall’amicizia tradita alla vendetta consumata a fin di bene, caso unico in cui il male che sente l’altro dovrebbe restituire qualcosa. Contrario alla freccia del tempo, persino all’entropia perché porta ordine, lascia una traccia per me indelebile, nel racconto dell’avvelenamento del cardinale che genera il tesoro. Una vigna, una Roma che gronda tradimenti e veleni, un tesoro che si trasmette come fosse cultura. Un colpo da maestro del comunardo. Complimenti per i duelli, i miei erano a bastonate perché di spada non imparammo a tirare mai.

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