Osso, Mastrosso e Carcagnosso (seconda parte)

Vi mando la seconda parte dell’avvincente saga di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, mentre per la terza non mi ci appresto, almeno per ora. Mi sa che ve la scrive qualcun altro. E se non ve la scrive nessuno, pazienza, che come vi dissi, nella prima (ve la leggete qua, se vi va e ci avete tempo da perdere) io non ho i titoli, manco quelli di coda.

Qualche piccola repressione in qui e in là.

Agli inizi del ‘900, riprende con vigore la mobilitazione contadina nelle campagne siciliane. Al centro dell’azione dei braccianti è la costituzione delle Casse rurali, un’idea di credito alternativo per sottrarsi al giogo mafioso, agli usurai ed allo strapotere dei grandi possidenti. Nacquero le affittanze collettive che consentivano la gestione cooperativa delle terre. Alla mafia questa cosarella non andava granché bene, che se poi la gente comincia a vivere con dignità, ci sta che si mette strane idee in testa, che ne so, si mette a partecipare alla vita politica, non accetta più ricatti ed estorsioni, si fa pure convinta che c’è lo stato. Dunque, interviene con numerosi omicidi, tutti rimasti impuniti, di braccianti. Mi ricordo quello di Luciano Nicoletti e di politici della sinistra quali Lorenzo Panepinto ed il sindaco di Corleone Bernardino Verro. E siccome promettere costa poco, certe volte praticamente nulla, quando scoppia la 1° Guerra Mondiale, ai contadini gli si dice che al loro ritorno avranno la tanta agognata terra, che la cosa serve pure a scongiurare certi movimenti antipatriottici come il “Non si parte” di Ragusa. Dopo la guerra, chi s’è visto s’è visto, tanto parecchi non tornarono. Consiglio la lettura del libro Terra matta, di Vincenzo Rabbito, un contadino semi analfabeta di Chiaramonte Gulfi che racconta questo pezzo di storia dalla parte di chi l’ha vissuta direttamente. Un magnifico diario d’una vita disgraziata, selezionato per la pubblicazione con Einaudi a “I Diari della Pieve”. Comunque, tornando ai fatti, capita che qualche “testa calda” la terra che gli era stata promessa se la prende. La repressione dovuta al fuoco congiunto di mafia ed istituzioni ristabilisce l’ordine costituito e pazienza se ci scappa qualche centinaio di morti. Il commissario Messana fa sparare sui contadini a Riesi ammazzandone 15. La mafia, che quando si tratta di servire lo stato non si tira indietro, partecipa al massacro con l’uccisione di dirigenti politici e sindacali come Nicolò Alongi ed il segretario dei metallurgici Giovanni Orcel che operavano per unire lotte contadine ed operaie. Nel 1920, a Randazzo, la polizia uccide 9 manifestanti ed il giorno dopo fa sei morti durante un comizio a Catania. I casi di lupara bianca non si contano. Per fare ancora più ordine si arriva alle soglie del ventennio di modo che la violenza mafiosa si accompagni a quella delle squadracce fasciste. Viene, tra gli altri, ucciso il sindaco di Erice Sebastiano Bonfiglio. Si vede che qualcuno per eccesso di zelo esagerò, così fu inviato in Sicilia il prefetto Mori, che iniziò una campagna di repressione della mafia. Tuttavia, quel che è certo, è che venne rimosso non appena cominciò a colpire esponenti di spicco della criminalità organizzata ben inseriti nel nuovo assetto di potere. Pareva, insomma, che si potesse colpire solo la “bassa mafia”, quelli che Sciascia chiamava scassapagghiari, per cooptare invece le alte sfere dqell’organizzazione.

Il 10 luglio del 1943, gli Alleati sbarcano in Sicilia. Per anni si è sostenuto che la mafia ebbe un ruolo decisivo nelle operazioni, ma studi più recenti hanno chiarito che, se uno ne ebbe, fu piuttosto legato al controllo sociale postbellico, per limitare l’impatto politico legato alla ripresa delle lotte contadine. In questa direzione determinante è stato il sostegno mafioso al movimento separatista (il leader politico di quel movimento, Finocchiaro Aprile, già deputato e membro della Costituente, disse che la mafia, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla) ed al banditismo, per contrastare il “vento rosso del nord”. In effetti lo sbarco ebbe luogo in quell’area della Sicilia in cui la presenza mafiosa era pressoché irrilevante (le provincie “babbe”, stupide, di Siracusa e Ragusa, dove non succede nulla). È vero pure che molti mafiosi erano arruolati, anche con gradi importanti, nelle fila dell’esercito americano. Tra questi il boss Vito Genovese. Pure vi fu un intervento di mafiosi siciliani di stanza a New York per la “bonifica” del porto della città dalle spie tedesche. Il ruolo mitologico di Lucky Luciano è stato invece completamente smontato. Val la pena leggere, in questo senso, lo splendido e dettagliatissimo resoconto storico (interamente costruito su fonti ufficiali) dell’ormai raro “L’esercito della Lupara”, di Filippo Gaia, testo che, peraltro, fu acquisito dalla prima Commissione antimafia.

Le mobilitazioni contadine ricominciarono già nel 1944 e fu subito strage a Palermo, con l’esercito che apre il fuoco contro i manifestanti, uccidendo 30 persone e ferendone 150. Fatti analoghi si registreranno in tutta le principali città della Sicilia. Centinaia di migliaia di contadini si organizzano per chiedere l’attuazione delle riforme agrarie volute dal ministro comunista Gullo, ma si scontrano con la violenza mafiosa ed istituzionale, che lascerà sul terreno migliaia di morti, da Portella della Ginestra nel ’47, sino ai fatti di Avola del ’68. Sarebbe impossibile elencare tutte le vittime di questa violenza, tra cui donne e bambini, molte delle quali rimarranno dimenticate per sempre. Prima di essere ammazzato dalla mafia, il deputato comunista Li Causi, ebbe un sorprendente pubblico scambio epistolare, per tramite del giornale L’Ora di Palermo, col bandito Giuliano, autore “ufficiale” della strage di Portella, che accusava di essersi schierato coi potenti e non con i siciliani che dichiarava di voler proteggere dalle ingiustizie. Giuliano rispose: “Sono solo gli uomini senza vergogna a fare i nomi, e non gli uomini che tendono a farsi giustizia da soli, che mirano a mantenere alta la propria reputazione nella società”; Li Causi replicò: “Non capisci che Scelba, il ministro dell’interno, ti farà uccidere?”; Giuliano rispose a sua volta: “”So bene che Scelba vuole ammazzarmi, vuole giustiziarmi perché gli faccio vivere un incubo, posso fare in modo che sia portato a rispondere di azioni che se rivelate, distruggerebbero la sua carriera politica, e metterebbero fine alla sua esistenza”.

Nel 1961, Leonardo Sciascia pubblica “Il giorno della civetta”, che possiamo considerare come il primo vero romanzo sulla mafia. Mi cito, che ci ho un ego smisurato, con una cosa pubblicata qui ma anche altrove (in quel caso se l’è intestata inopinatamente quell’altro me che continua a rinnegare il suo essere nessuno): Sciascia, “allo specchio mette, ne “Il giorno della civetta”, il capitano Bellodi e il padrino don Mariano Arena, in un dialogo amplificato dal film tratto dal romanzo e per la regia di Elio Petri. In quell’occasione, Sciascia fu accusato di volere in qualche modo legittimare la vecchia mafia, tutto sommato permeata ancora da un “codice d’onore”. In realtà, alla luce della produzione complessiva del maestro di Racalmuto, pare piuttosto che emerga una sorta di tacito riconoscimento del padrino allo stato come proprio “affidabile” interlocutore. Nel breve spazio di un dialogo, Sciascia ripropone insieme la questione meridionale, la subcultura mafiosa, ma anche la sostanziale accondiscendenza dello stato, per un gioco delle parti protrattosi sin dall’Unità d’Italia, che ha consentito all’organizzazione criminale di divenire “una” delle tante espressioni manifeste del potere e di evolversi sino a dimensioni allora insospettabili. Insospettabili proprio per benevolenza istituzionale”.

Negli anni ’60, la mafia ha ormai rapporti stabili con la politica – nel ’57 viene ucciso il sindaco di Camporeale Pasquale Almerico, che non accetta l’ingresso dei mafiosi nel suo partito, la DC – e in una Sicilia che diventa sempre più terziaria e meno agricola, rivolge la propria attenzione all’affare gigantesco della speculazione edilizia, sostenuta dalla Cassa del Mezzogiorno. Emerge una borghesia mafiosa urbana sempre più dedita a traffici internazionali e protagonista del sacco di Palermo. Un primo piano, in questo frangente, se lo prendono il sindaco di Palermo Salvo Lima – ucciso nel 1992 – e Vito Ciancimino arrestato per mafia solo nel 1993.

La transizione è quinta di una cruenta guerra di mafia di cui sarà vittima nel 1963, tra gli altri, Cesare Manzella, fatto esplodere da un’autobomba. Un’altra macchina carica di esplosivo destinata ad alcuni mafiosi provoca la morte di sette uomini delle forze dell’ordine. Dopo la strage viene attivata la prima Commissione antimafia istituita l’anno precedente e che completerà i suoi lavori nel 1976, con la relazione di minoranza curata dal deputato comunista Pio La Torre e dal magistrato Cesare Terranova, entrambe vittime di mafia pochi anni dopo.

Il movimento antimafia, negli anni ’60, è condotto da minoranze al cui interno si sviluppa l’azione sociale di Danilo Dolci, che organizza gli strati popolari riprendendo modalità organizzative del movimento contadino. Ma anche le donne iniziano la loro battaglia e tra queste Serafina Battaglia che fa condannare gli assassini del marito e del figlio. Dice al magistrato Cesare Terranova: “Se le donne dei morti ammazzati si decidessero a parlare non per vendetta ma per sete di giustizia la mafia in Sicilia non esisterebbe da un pezzo”. È morta dimenticata nel 2004. Come dimenticata è la vicenda della diciassettenne Franca Viola che, nel 1965, rifiuta il matrimonio riparatore con il mafioso che l’ha violentata, e lo fa arrestare.

Dal 1968 nascono gruppi politici alla sinistra del PCI che aggiornano l’analisi sul fenomeno mafioso, puntualizzando l’esistenza della borghesia mafiosa e chiedendo, già nel 1970, l’espropriazione dei beni mafiosi. Di questi gruppi fa parte Peppino Impastato, di famiglia mafiosa, che dai microfoni di Radio Aut denuncia le attività del boss di Cinisi Gaetano Badalamenti. Viene ammazzato nella notte tra l’8 ed il 9 maggio 1978 con un delitto camuffato da suicidio.

Il 23 aprile dell’81, viene ammazzato a Palermo il boss Stefano Bontate. È il primo atto di una guerra di mafia che produrrà un migliaio di morti. A scatenare la guerra sono i Corleonesi di Totò Riina che puntano a beccarsi l’organizzazione. Il 13 settembre 1982, dopo dieci giorni dall’omicidio del Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa a Palermo, viene emanata la Legge n. 345, frutto dell’unificazione di due disegni di Legge, il primo di Pio La Torre, il secondo del ministro Virginio Rognoni, che definisce l’associazione a delinquere di stampo mafioso e introduce la confisca dei beni mafiosi. Tra i perdenti della guerra tra i clan, c’è Masino Buscetta, che vede la sua famiglia sterminata e che si offre come collaboratore di giustizia nelle mani del giudice Falcone svelando l’organigramma di “Cosa Nostra”. Le dichiarazioni di Buscetta sono fondamentali allorché si costituisce il pool antimafia con a guida Antonino Caponnetto e per l’istituzione del maxi processo nel 1986, a seguito del quale verranno comminati decine di ergastoli e migliaia di anni di condanna agli uomini di “Cosa Nostra”. Misteriosamente il pool verrà sciolto.

A partire dalla fine degli anni ’70, comunque, la controffensiva antimafiosa di pezzi dello stato porta all’assassinio di un numero impressionante di uomini delle istituzioni, tra cui il Presidente della Regione Sicilia Pier Santi Mattarella, il deputato comunista Pio La Torre, il magistrato Rocco Chinnici con la sua scorta, Ciaccio Montalto, anch’egli magistrato, il procuratore Costa, i carabinieri Pietro Morici, Giuseppe Bommarito, Vito Levolella, Emanuele Basile, il commissario Beppe Montana, il capo della mobile di Palermo Ninni Cassarà, e tanti altri in una scia di sangue che si continua senza soluzione di continuità per un ventennio.

Le stragi

Il 12 marzo del 1992 viene ucciso Salvo Lima, l’uomo più potente della DC dell’isola. Il 23 maggio dello stesso anno viene compiuta la strage di Capaci (sul territorio di Isola delle Femmine). Gli attentatori fecero esplodere un tratto dell’autostrada A29 provocando la morte, oltre che del giudice Giovanni falcone anche della moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e degli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Il 19 luglio, in via D’Amelio a Palermo, in un altro attentato muiono Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, in via dei Georgofili a Firenze, l’esplosione di un’autobomba imbottita con circa 277 chilogrammi di esplosivo, provocò l’uccisione di cinque persone: i coniugi Fabrizio Nencioni e Angela Fiume con le loro figlie Nadia Nencioni (9 anni), Caterina Nencioni (50 giorni di vita) e lo studente Dario Capolicchio (22 anni), nonché il ferimento di una quarantina di persone.

Dopo 23 anni di latitanza, il 15 gennaio del 1993, viene arrestato a Palermo Totò Riina. Dopo l’arresto non viene effettuato il controllo del villino che sarà perfettamente ripulito da misteriosi ignoti (ma chi sarà stato? Mah, qualche amante dell’ordine e dell’igiene casalinga). Il 26 settembre del 1995, comincia a Palermo il processo a Giulio Andreotti che si concluderà con la sua assoluzione perché i reati contestati sino al 1980, tra cui l’associazione a delinquere semplice, sono prescritti, mentre per quelli successivi non vi sono prove sufficienti. Nel 2006 viene arrestato Bernardo Provenzano, latitante da 43 anni. Già killer di Luciano Liggio aveva pilotato la “sommersione” della mafia. Appena arrestato, con un mezzo sorriso si rivolse agli uomini della mobile con un sibillino “non sapete cosa state facendo”.

Informare, da certe parti, fa male alla salute

Molti i giornalisti vittime della mafia per le loro inchieste. Cosimo Cristina, ucciso nel 1960, è un corrispondente de L’Ora come Mario De Mauro, ammazzato nel 1970, ed il giornalista ragusano Giovanni Spampinato, ucciso nel 1972 da un estremista di destra figlio del presidente del tribunale. Nel 1984 viene ucciso a Catania il fondatore de “I Siciliani”, scrittore e drammaturgo, Pippo Fava. Mauro Rostagno, giornalista ed ex militante di Lotta Continua, viene ammazzato per le sue inchieste su mafia e massoneria nel 1988 e, nel 1993, fu assassinato Beppe Alfano, corrispondente de “La Sicilia”.

Chiesa e mafia

Assai complessa l’analisi che si può fare dei rapporti tra Chiesa e mafia. Da una parte sono molti i preti uccisi per il loro impegno contro la mafia, come Don Puglisi. Durissimi gli attacchi dell’arcivescovo di Palermo allo stato che non contrastava adeguatamente la mafia. Di converso opachi sono stati i rapporti tra lo IOR e Michele Sindona, le posizioni del cardinale Ruffini che si rifiutò di condannare la mafia per la strage di Ciaculli negli anni ’60, e molti i preti accusati di collusione e condannati per questo reato. Un gruppo di frati del convento di Mazzarino furono condannati perché estorcevano il pizzo con la violenza negli anni ’50 (pagate fratelli, pagate). Il giornalista Cosimo Cristina che aveva denunciato i fatti fu “giustiziato” poco dopo.

E oggi che succede

Sull’oggi attendiamo nuove. È un dato oggettivo però che la mafia oggi non è più operativa solo nei suoi territori di origine, e che il suo sistema di relazioni politiche ed imprenditoriali sono ormai radicate ovunque. Così come sono evidenti i rapporti organizzativi e d’affari tra le varie organizzazioni che, in taluni casi, sembrano essersi suddivisi i compiti nella gestione degli affari illeciti. Ma, stante a quanto se ne parla, chissà che non avesse ragione Finocchiaro Aprile, che la mafia, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla.


37 risposte a "Osso, Mastrosso e Carcagnosso (seconda parte)"

      1. …si ci vorrebbe anche una bella bacchetta magica… sarò pessimista ma in quanto a mafia non ci vedo più nessuna soluzione… ormai troppo radicata e più continueranno le perdite di lavoro e le aziende che chiudono e più lei continuerà sempre più ad insediarsi, la mancanza di lavoro le permette di progredire, di assodare sempre più nuove leve e corrompere!!!

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  1. Tra le vittime è da aggiungere, non solo per la sua giovane età, 17 anni, ma anche per la brutalità dell’esecuzione, Graziella Campagna, adolescente operaia in nero presso una lavanderia di Villafranca Tirrena, in quel di Messina; ebbe due colpe: la prima fu di trovare, nel taschino di una camicia, un’agendina che provava che un fantomatico ingegnere, cordiale cliente giornaliero della lavanderia, era invece un ricercatissimo latitante boss della mafia; la seconda che questi sapeva che la ragazza era sorella di un carabiniere e ne temette il tradimento.

    La sera del 12 dicembre 1985, all’uscita dalla lavanderia, fu vista salire in un’auto e ritrovata, giorni dopo, in un boschetto nelle vicinanze, crivellata da colpi.

    L’autopsia stabilì, per la presenza nelle mani di numerosi colpi, che l’esecuzione era avvenuta frontalmente, a viso aperto, mentre la ragazza tentava di proteggersi con le mani.

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      1. Una targa a lei, vittima di mafia, però è stata esposta, in quei luoghi che il sole estivo è richiamo potente per spensierati giorni di vacanze marittime sul Tirreno lì imperlato dalle splendide Eolie che sembrano prolungare il promontorio di Milazzo a formare un angolo come di una deliziosa miniatura ad acquerello: anacronistica…

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  2. Grazie!
    scrivo sempre i
    titoli di tutti i libri che consigli, chissà se riuscirò a leggerli…
    Riflettere sul passato per cercare di comprenderlo meglio è sempre importante,per evitare coazioni a ripetere che possono frenare l’evoluzione dei popoli e portarli alla deriva…
    La prima è la seconda parte del tuo post racconta una storia che molti hanno vissuto sulla propria pelle, perdendo spesso la vita, perdendo affetti importanti o perdendo tutto quello che avevano per vivere.
    Chi non l’ha vissuta di persona,avrà comunque ‘sentito'(se ha conservato l’umanità) il dolore, la sofferenza, l’ingiustizia che hanno vissuto, e vivono ancora, moltissime persone o vaste parti di società, o di popoli interi.
    In tutto questo che sembra un marasma, o uno tsunami devastante,io salvo sempre di più quel raggio di speranza,quella forza silenziosa,che continua a vivere comunque e a vincere, se uno ci crede… Franca Viola ci ha creduto, insieme a tanti altri. 🌹

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    1. Beh, mi accontenterei di un pareggio, ma la vedo dura una rimonta in zona Cesarini. Il punto è che del fenomeno mafioso si parla solo in termini di repressione e giuridici. Non si tiene conto della potentissima forza di dissuasione che esercita sulla mafia il lavoro partecipato, senza sfruttamento. Io ho voluto raccontare quello, quello che è sempre stato “misteriosamente” trascurato. Perché è stato il terreno di convergenza degli interessi di mafia, estrema destra e potere politico-economico.

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  3. E’ molto importante ed in parte prima sconosciuto quanto hai scritto. Infatti anche autorevoli storici ed intellettuali, che si sono cimentati in una loro personale storia della mafia, hanno dimenticato di citare alcune importanti figure da te invece correttamente esposte. Andando avanti nella lettura la mia tristezza e lo scoramento andavano aumentando fino a quando alla lettura del nome di Emanuela Loi non mi é spuntata una lacrima. Sono stato una intera giornata insieme agli agenti del reparto scorte magistrati di Palermo (era per un reportage di Bruno Vespa) chiacchierando amabilmente l’unica donna delle scorte (forse lei, o forse un’altra non ricordo) mi disse che non poteva avere una vita sentimentale, che le sue relazioni andavano sempre a rotoli perché un uomo stava male con lei: sentiva troppo il peso di quella ragazza super armata, dalla vita pericolosa, dal compito così importante.

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    1. Quello che dici mi tocca parecchio, poiché vivere in Sicilia, esserci nati, è davvero luttuoso lusso. Trovarsi in una terra che riesce ad esprimere quanto di piuù straordinario ci si possa aspettare, e vederne le carni martoriate dalle barbarie è una sensazione straniante. Altrettanto straniante è la labilità della memoria, che porta e lancette dell’orologio perennemente indietro, come se tempo non vi fosse, come se il futuro fosse solo un presente ed un passato che invecchiano.

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      1. Mah diciamo che al tavolo da gioco c’è sempre quello che dà le carte. Poi non penso ad una Spectre o qualcosa del genere. Certo che gli interessi convergenti sono tanti. Le criminalità fanno il 5% del PIL. Dunque esercitano un certo fascino negli ambienti allegri della finanza

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      1. Grazie a te per la risposta! Anche se non vale nulla rispetto al tuo, anch’io ho sfornato un nuovo post, in cui racconto una mia esperienza molto intima e personale… spero che ti piaccia! 🙂

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