Osso, Mastrosso e Carcagnosso (prima parte)

Mi decido, quasi per celia, a pubblicare una serie d’appunti, derubando studi assai più precisi in qui e in là. Roba per ragazzi delle scuole, mica per grandi scienziati sociali e politologi, nemmeno per giuristi raffinatissimi. Come sarà chiaro a chi legge, non si tratta d’uno scritto che ha respiro storico fondamentale, che io quello non lo so produrre. Nemmeno voglio intromettermi in una discussione che riguarda fatti recenti e su cui ognuno può farsi l’idea che gli pare. Io la mia ce l’ho, ed è tale che, quanto accaduto appena qualche giorno fa, non m’è affatto di stupore. Mi pare, invero, sia solo la conseguenza di una storia lunga e complessa. E se Giovanni Falcone sosteneva che la mafia è una cosa degli uomini, e che quindi ha un inizio ed una fine, io certo non mi permetto di dissentire. Tuttavia mi permetto di sussurrare, sommessamente, per quello che ho visto ed ascoltato – e mica da una sola campana – che mi pare più probabile che la mafia finirà proprio insieme a tutte le altre cose degli uomini. Vi propongo questa cosa a spizzichi e bocconi, forse manco tutti uno dietro l’altro, pur se proverò a seguire un qualche filo temporale, sempre nei limiti del me “nessuno”, che non sono nessuna delle cose di cui sopra, manco un accademico di un qualche miserrimo rango. Come ben potete immaginarvi, non godo di pulpiti, che sempre nessuno resto.

Dapprincipio fu il verbo

La mafia è un fenomeno complesso, mica un’accolita di teppistelli, ma nemmeno un’orda di barbari incapaci di intendere e volere, piuttosto un insieme di organizzazioni criminali che operano all’interno di un sistema di rapporti, che svolgono attività violente e illegali, ma anche formalmente legali, finalizzate all’accumulazione di ricchezze e all’acquisizione e gestione di posizioni di potere. Ha un codice culturale e gode di un certo consenso sociale.

La storia della mafia è fatta di continue metamorfosi, trasformazioni radicali che l’hanno adeguata ad altrettanto mutevoli contesti storici, culturali, sociali, politici ed economici. Si passa dai fenomeni embrionali, tra il XVI ed il XIX sec., alla mafia agraria, attiva dall’Unità sino agli anni ’50 del XX sec.; negli anni ’60 del secolo scorso diventa urbano-imprenditoriale, quindi si arriva all’oggi d’una penetrazione capillare nel mondo finanziario.

Ai tempi di Federico II si parlava già di “bravi” (grosso modo ascrivibili a quelli di cui parla il Manzoni) ingaggiati dai baroni per seminare terrore nelle campagne. Continuarono a farlo per feudatari e latifondisti in epoche più recenti, al cui soldo stavano gabellotti e picciotti vari, con i quali si tenevano d’occhio i contadini perché non protestassero troppo, ma pure per darsele tra loro.

Nel 1531, un funzionario scrive a Carlo V, poiché aveva questa strana sensazione che la giustizia colpisse solo i “panni bassi” mentre i delitti più gravi vedevano i responsabili passarla liscia. Allora vi fu il “curioso” accadimento di un magistrato ucciso da sicari che godevano della protezione del vicerè, e pare che questi ricevesse regalie varie per intercedere in favore di criminali. Ovvio che tutti se ne stavano zitti davanti ai crimini, diventando omertosi, che avevano abbastanza eloquentemente la percezione di una giustizia che, più che dea bendata, pareva ninfetta ciecata.

Nel 1543, qualcuno si sveglia, si rende conto che le cose non vanno proprio per il verso giusto, e decide di peggiorarle, istituendo le compagnie d’armi: queste erano composte da un capitano e da dieci uomini, all’uopo selezionati con cura tra violenti e pregiudicati. Tali masnade di “benemeriti” della società, avevano il compito di perseguire i delitti. Nel 1563, un documento ufficiale recita che il “Regno si sente molto gravato dal comportamento di questi”. E proprio tra questi s’appresenta come temibile certo Mario de Tomasi, che accumula ingenti fortune e s’offre in sposo a una nobildonna con cui darà vita alla stirpe dei Gattopardi. “Tutto cambia perché niente cambi”, scrive Tomasi di Lampedusa, e, aggiunge, con l’Unità d’Italia gli sciacalli, cioè i borghesi, hanno preso il posto degli aristocratici. Chissà se s’era avveduto del suo avo.

Nel 1576 un documento, riferendosi alle attività della “Vucciria” di Palermo, recita: “nelli macelli non si macella quasi carne alcuna… dandosi commodità alli mali homini che arrobano detti animali di potere coprire i loro latrocinii per questa via”. Dette carni venivano vendute in monopolio con la complicità delle autorità locali. Ancora nel 1773 si scrive: “… nel caso che i proprietari delle bestie accettino di pagare un riscatto per le bestie rubate, soglonsi dividere tutto tra ladri e capitani”. Girolamo Colloca, il “re della Vucciria” vanta tra i suoi protettori il Duca di Medina ed il Duca di Terranova. Nel 1675, un certo Francesco Greco, denunciò fatti di crimine legati a questi traffici illeciti. I sicari che lo indussero al silenzio più definitivo godettero di assoluta impunità.

Pari pari procedeva l’Inquisizione, una vera e propria organizzazione mafiosa, che ha avuto un ruolo fondamentale nell’istituzione della prassi dell’impunità. L’organizzazione contava in Sicilia su un esercito di circa 30.000 “familiari”, un corpo “scelto bene” di “santissimi ed onorati” uomini di fede, che godevano di un foro privilegiato e che misero su un produttiva fabbrica di delinquenti. Verrà abolita da Caracciolo sulla strada delle sue riforme contro il potere feudale e mafioso nel 1782.

Ovvio che se non ti comporti proprio bene bene, e qualcuno te lo fa notare, magari togliendoti quell’impunità di cui godevi, allora ti metti a dire che sei stato frainteso, che quello che fai è per il bene della società, che sei un filantropo, ti cerchi alleati, consenso, che le bastonate che davi non ti sono sufficienti (cose d’altri tempi, no?)

Così, questi protomafiosi, attingono, che ne so, al mito dei Beati Paoli per spacciare la propria organizzazione come nata per rendere giustizia ai poveri ed agli oppressi. Si racconta, allora, in un mito che mescola delitti d’onore, omertà e religione, che tali Osso, Mastrosso e Carcagnosso, rappresentanti di Cristo, San Michele e San Pietro, braccati da infame sbirraglia, si rifugiano a Favignana dopo aver vendicato una sorella violentata, e lì, travolti da questo desiderio benefattorio, fondano mafia, ndrangheta e camorra.

Caracciolo lascia memoria delle sue riforme agrarie che, in talune parti di Sicilia, cominciano a far vedere i loro frutti, e arrivano peraasino all’abolizione dei privilegi feudali. Questo, certo, non è che faccia un gran piacere ai poveri ricchi latifondisti, che a colpi di gabellotti e, sempre godendo di certa accondiscendenza da parte delle autorità locali borboniche, si difendono come possono. Comunque, contenti non sono. S’aspettano di essere liberati dall’infame giogo. A questo si aggiunge che bande eversive scorrazzano qui e là. Ce n’è una, di cui si parla già nel 1838, che si faceva chiamare Sacra Unione, la cui beatitudine era garantita dal fatto che a guidarla fosse un prete, e che praticava l’abigeato su vasta scala, protetta da autorità e proprietari. A questo punto la Sicilia si prepara ad affrontare lo sbarco dei Mille, che davvero non se ne poteva più. A sancire la nuova era, tra le fila dei Garibaldini sono anche Giovanni Corrao e Giuseppe La Masa, che arruolano i “picciotti” per la conquista della Sicilia. Le richieste dei bistrattati possidenti trovano accoglienza presso i capi garibaldini che, a Bronte, soffocano nel sangue la rivolta contadina contro i latifondisti. Il nostro eroe nazionale Nino Bixio in persona, ordina di sparare sui contadini che s’aspettavano d’essere liberati dal giogo feudale del Duca di Bronte, tale Nelson, erede dell’ammiraglio. Questi s’era acchiappato il posto, spaparanzandosi in una stupenda abbazia, poiché Ferdinando IV gli era riconoscente assai per aver ordinato l’impiccagione d’un altro Caracciolo, tale Francesco, abile navigatore e un poco troppo idealista, che coi Borbone aveva un qualche dissidio. Bixio, in quell’occasione, fece fucilare pure lo scemo del villaggio che, incautamente, s’era messo a gridare “Libertà, libertà” alla vista dei garibaldini. Ce l’ha raccontata Verga questa storia, in una novella che si chiamava proprio “La Libertà”. Ma se qualcuno si permette di rimettere in discussione la natura etica del Risorgimento, in tutte le sue componenti, ivi compreso sottintendendo malevolmente che un eroe quale Nino Bixio fosse una specie di mercenario al soldo degli inglesi, come sostengono certe malelingue, lo impicco ad un pennone più alto di quello destinato a Francesco Caracciolo.

I Savoia, comunque, dopo l’obbedisco, decisero, per spirito unitario, di non far rimpiangere i Borbone, scavalcandoli persino in talune scelte a sostegno dei poveri latifondisti e dei picciotti al loro soldo. Cominciarono a sparare ad alzo uomo sulle riforme agrarie di Caracciolo (il vicerè), e proibirono ogni genere di coltura fosse pure di puro sostentamento ai piccoli proprietari contadini, a favore della monocoltura cerealicola. I generosi latifondisti si poterono riprendere cosi con generosi tozzi di pane le terre a loro “ingiustamente” sottratte dal vil volgo bracciantile. Se era il caso qualche osso spezzato o, nei casi più ostinati, qualche strategica sparizione nelle vaste campagne incolte ai margini dei poderi, serviva a garantire il passaggio di proprietà meglio d’un atto notarile. Ma i contadini, rozzi quali sono, anziché abbozzare, ammettendo la propria inferiorità umana, morale e materiale, cominciano ad organizzarsi e creano le Leghe dei “Fasci” (che nulla hanno a che vedere, se non nel nome, con certi ventenni). Un movimento vastissimo, per un terzo costituito da donne (altro che quote rosa, queste spudorate) che si organizza per resistere al sopruso mafioso ed istituzionale. Il 4 gennaio 1894, il capo del governo italiano, l’ascaro Francesco Crispi, già eroe dei Mille, decretò lo stato d’assedio, violando lo Statuto Albertino (non ci sono testimonianze che i Savoia si siano stracciate le vesti) che lo prevedeva solo in caso di presenza di invasore straniero, e diede pieni poteri civili e militari al generale Morra di Lavriano per mettere a ferro e fuoco l’Isola e sciogliere i Fasci Siciliani. Centinaia di persone furono trucidate dal fuoco incrociato di mafia e forze dell’ordine, migliaia incarcerate e decine di migliaia fuggirono dalla Sicilia. Scrive Antonio Labriola (Roma, 10 aprile 1894): “Fino ad ora la parola di un italiano non poteva essere che modesta, anzi modestissima, nei rapporti del socialismo internazionale. Tutto al più avea valore di convincimento personale, o di promessa e di speranza da parte di pochi precursori liberamente o spontaneamente associati. Mancava il fermento della massa proletaria, che risultasse dal sentimento si una determinata situazione economica.

Ora ciò e cambiato. Coi tristi casi di Sicilia il proletariato è venuto su la scena. Questa è la prima volta in Italia che il proletariato, con la sua coscienza di classe oppressa e la sua tendenza al socialismo, s’è trovato di fronte alla borghesia.

Alla prima mossa è succeduta rapida la repressione. Ma ciò non rimarrà senza effetto. Gli stessi errori commessi serviranno di ammaestramento. La stessa borghesia, che per difendersi ha bisogno di reprimere, fa da maestra.

D’ora innanzi non ci sarà che progresso. Il socialismo, come forza impulsiva, investirà la massa proletaria.

Cinquant’anni fa C. Marx ha detto (- ripeto il senso non le parole -) che non importa guardare a quello che il singolo proletario pensa o dice, né a quello che tutti i proletari pensano o dicono, ma a quello a cui sono necessariamente portati dalla loro stessa situazione. L’Italia di ora lo conferma”.

Parole a vuoto quelle di Labriola.

Sul finire dell’800, i delitti di mafia rimasti impuniti, riguardavano anche rappresentanti delle istituzioni. Tra questi, nel 1893, quello di Emanuele Notarbartolo, già sindaco di Palermo che, da direttore del Banco di Sicilia, si era opposto a certe poco chiare manovre speculative. Viene incriminato come mandante dell’omicidio Raffaele Palizzolo, deputato legato ai mafiosi. La sentenza contro di lui venne annullata a Firenze per un vizio di forma. Al suo rientro fu accolto come un eroe per la mobilitazione dell’associazione Pro-Sicilia, di cui faceva parte e ne era tra i fondatori, l’antropologo Giuseppe Pitré. Nello stesso periodo il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi pubblica una relazione in cui descrive nel dettaglio l’organizzazione criminale mafiosa. Quel rapporto rimarrà lettera morta e l’interpretazione della mafia come struttura unitaria, gerarchica e organizzata, con un vertice da cui dipendono le realtà locali, verrà ripresa solo dopo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta.

E per ora mi fermo qui, che la storia è lunga assai. Alle prossime puntate il resto di questo avvincente (o avvilente, non mi ricordo più) racconto.

Bacio le mani a tutti

P.S., Domani è il 9 ottobre, c’è una ricorrenza di cui lascio traccia musicale.


14 risposte a "Osso, Mastrosso e Carcagnosso (prima parte)"

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