Sit down, please

Insomma, c'è quell'altro me che mi trascina in mille rivoli d'impegno. Che io glielo dico sempre che non è cosa per me e, sotto sotto, so pure – e anche lui lo sa, anche se non l'ammetterebbe nemmeno se lo lasciassi a pane e acqua (e passi per il pane, ma l'acqua e basta...) – che non è cosa manco per lui. Però c'è il lavoro, il sindacato, quelle due o tre cosarelle – come dice lui, ma risultano a me più di tre o quattro – che ci tengono sotto pressione. Per cui il blog non è che me lo coltivo come vorrei, che è cosa che, invero, mi piacerebbe fare. E sempre si corre a destra e manca, che, al massimo, posto quando mi capita, quando posso, sempre assai meno di quanto m'aggraderebbe. E ciò attiene alle ragioni per cui queste pagine esistono da un anno e mezzo circa. Qua e ora, pure se non richiesto, di questo tempo mi farei un bilancio piccolo piccolo, niente di serio, che coi bilanci non ho pratica. Insomma, io che coi social e la rete ho la stessa dimestichezza d'un alcolista con le dame di San Vincenzo, ad un certo punto mi faccio casa virtuale. Ci pensai che c'era il lockdown, ma quello è fatto accidentale, che l'esigenza era altra. Mi dovevo riprendere una rivincita sullo scrivere, che ce l'avevo con lui. Perché fra me e lo scrivere s'era stabilito un malinteso grosso come un palazzo. 
M'ero fatto persuaso che valesse la pena di scrivere se potevo farlo alla grande, se con quello non facevo prigionieri. In seconda battuta, potevo farlo per camparci, nel qual caso potevo anche indugiare in minchiate, e questo è quello che avevo fatto per anni, scrivere minchiate, intendo - che se ne andavano a ruba –, mentre, se qualcosa “alla grande” avrò scritto, non se ne sono accorti che in tre o quattro, pure scimuniti peggio di me, autentici nessuno senza arte nemmeno parte. Così non m'avvidi che di una sola soluzione: smettere, dimenticarmene. Stessa cosa feci con la fotografia, mi vendetti persino la cinghia della macchina fotografica, financo accettai la prima offerta, talmente pessima che non mi misi nemmeno a trattare, che era sopraggiunto l'estasi del sommo disgusto. Peggio ancora feci, fuggii addirittura dai luoghi dello scrivere, mi feci romita lontano dallo scoglio che mi diede natali. Alla soglia di Nettuno, sostituii le visuali di stimmate di Santo. E ad ogni tentativo di riprendere penna in mano, cascavo nello sconforto del “che senso ha?”, che non mi legge nessuno. Poi, fu fortuna – che non so spiegare - sopraggiunse il giorno del “chi se ne importa”, come fece Rosa, dunque, non del “chi se ne frega”, che ad altri confà di più. E qual solluchero nello scoprirmi di nuovo a scrivere, senza manco pensarci se bene o male, al come mi viene viene, al quello che esce esce, di getto, di brutto, d'istinto, solo per me, al più per i miei sassi. Che meraviglia riscoprirsi nessuno a scrivere, nessuno a leggere. Appagare questo nessuno per il semplice gusto di farlo, come si tracanna dalla coppa degli dei. Scoprire che non ci sono controindicazioni, nemmeno effetti collaterali. Scoprire che, se ti rilassi, e fai che t'aggrada davvero, senza pretendere altro se non quello in sé, è misterioso il risultato. Già, e sorprendente e misterioso premio che mi veniva dal rileggermi i commenti degli ultimi post, tanti assai che manco m'immaginavo (grazie di cuore, dunque, a chi ogni tanto passa da qui). Botte e risposte, divertite, garbate, che là fuori c'è un tasso di violenza che non capisco, di veemenza crudele, di sconforto collettivo – preciso che nemmeno io sono un ottimista d'acchito -. Che è tutto urlato, che pare di sentirle le urla che t'assordano pure in certo scritto, sbavante di rabbiose certezze, faziosità definitive, condanne sommarie. E qui invece mi pareva che c'eravamo messi fuori la sedia nei cortili lontani della mia isola, per cogliere la brezza che viene dal mare e stempera la calura dello scirocco. Che profumo di chiacchiere col fiasco sul gradino. Mi ricorda pure quando, nemmeno troppo tempo fa – un paio d'anni o tre al massimo – trovato lo slarghetto sui gradini d'un sagrato, con la banda dei soliti, valutando il deserto d'intorno nella notte, lontani dalle consuetudini, tirammo fuori la chitarra per strimpellare antiche delizie di commozione. Per prima s'affaccio' l'anziana signora, e si sedette ad ascoltare, “suonate, suonate, ragazzi” (sentirci appellati ragazzi ci fece un qualche effetto). Poi la ragazza venne a passo svelto verso di noi, sbucata dal palazzo che immaginavamo disabitato, come il tutto d'intorno dirupato. “Ne avete ancora?”. Che la vecchia amica rispose con garbo di mortifica che saremmo andati via subito, che non volevamo disturbare. Quella, invece, chiese un attimo e sparì dentro il portone scorticato, per riapparire con tanti bicchieri quanti ne bastavano e più bottiglie degli stessi, “Che anch'io voglio cantare”, disse, senza pubblico pagante
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23 risposte a "Sit down, please"

    1. Mio carissimo, qualora tu dovessi avere di nuovo insani propositi di abbandono dello scritto, prendi il fiasco e versa un bicchiere di rosso anche per me. Poi però mettiti subito a scrivere.

      Piace a 3 people

  1. Mi associo ai complimenti e mi piace molto leggerti – peccato che anche io dedico sempre meno tempo al blog e mi perdo molte cose, compreso il piacere di te.
    Sai che ho questo vinile 😊, prima stampa Atlantic, comprato a tre euro? Purtroppo sono collezionista e adoro la musica che viene dal vinile, molto lontana da quella di qualsiasi altro supporto.

    Piace a 1 persona

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