E buona scuola!

Mi tocca riciclare, ultimamente, causa inabilità visiva dell’altro me. Mi tocca riciclare una cosa scritta già l’anno scorso che non avevo avuto cuore di pubblicare, che il momento era grave. Ma poiché lo è ancora e, come direbbe Flaiano, “la situazione è grave ma non è seria”, lo posto pari pari com’era, che non ci si affatica pupille già a dura prova, magari con un paio d’aggiornamenti.

Insomma, come liquefazione di sangue santo, o lacrimazione a timer di madonne, suona la prima campanella della scuola, si ripropone il miracolo. Che io davvero mi sono persuaso che di miracolo si tratta, né più né meno che dei casi sopracitati. Già, perché se la suoni – la campanella, intendo – tra il dilemma di come verificare un green pass, di quanti centimetri dev’essere la distanza tra le rime buccali (quale poetica aulica nelle parole del legislatore), oppure su come costruire le nuove tabelle e criteri di valutazione, tra pletore di relazioni e controrelazioni, protocolli (per carità, però a costo zero), se bastano un venticinque diverse modalità d’assunzione algoritmica del personale che poi non arriva mai se non a spizzichi e bocconi e sempre a ranghi ridottissimi, edificazioni spinte mai avvenute, e quant’altro, se poi la campanella suona uguale, che cos’è?

Mi sovviene un vecchio libro che m’appartiene in copia anastatica, che parla di fatti ottocenteschi, e di modalità d’apprendimento (pedagogismi compresi tra le righe, morti e uccisi, sepolti in lapidi di crocette). Vi si leggeva che le donne dei Fasci siciliani, dopo essersi spezzate la schiena tutto un giorno, non pensavano a riposarsi, ma imparavano a leggere e scrivere al lume di candela, e questo dicevano: “Noi non andiamo più in chiesa, ma al Fascio. Là dobbiamo istruirci, là organizzarci per la conquista dei nostri diritti. Vogliamo che, come lavoriamo noi, lavorino tutti, e non vi siano più né ricchi né poveri. Che tutti abbiano del pane per sé e per i figli. Dobbiamo essere eguali. Io ho cinque bambini e una sola cameretta, dove siamo costretti a mangiare, a dormire, tutto, mentre tanti signori hanno dieci o dodici camere, dei palazzi interi (…) Vogliamo mettere in comune le terre e distribuire con giustizia quello che rendono. Ci deve essere la fratellanza, e se qualcheduno mancasse ci sarebbe il castigo. Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno gli usurai. Alla fondazione del Fascio i nostri preti erano contrari e al confessionale ci dicevano che i socialisti sono scomunicati. Ma noi abbiamo risposto che sbagliavano, e in giugno, per protestare contro la guerra ch’essi facevano al Fascio, nessuno di noi andò alla processione del Corpus Dammi. Era la prima volta che avveniva un fatto simile. I signori prima non erano religiosi e ora che c’è il Fascio hanno fatto lega coi preti e insultano noi donne socialiste come se fossimo disonorate. Il meno che dicono è che siamo tutte le sgualdrine del presidente. Quando un reato è commesso da un ricco, nessuno se ne cura, mentre il povero che ruba un pugno di grano per sfamarsi va subito in prigione. Vedete che per i poveri non c’è giustizia in Piana dei Greci! I signori dicono apertamente che ci vogliono ammazzare ad uno ad uno. (…) Per ora i nostri consiglieri non potranno far altro che impedire gli abusi e le prepotenze dei signori i quali finora comandavano anche nel Comune. Ma i Fasci nomineranno anche i consiglieri provinciali e i deputati, e quando alla Camera avremo maggioranza socialista….

Noi speriamo che sorgano presto anche nel continente. Voi vedete come si moltiplicano qui. Possibile che nel resto d’Italia i nostri fratelli che soffrono seguitino a dormire? Basterà che qualcheduno cominci a predicare anche là l’unione del proletariato. Anche noi fino alla primavera scorsa non sapevamo che cosa fossero i Fasci. Morivamo di fame e tacevamo. Eravamo ciechi. Non ci vedevamo”. Va da sé, che tutta questa voglia di imparare, emanciparsi, crescere, come donne, come società, mica poteva andar giù al buon ascaro Crispi, che, violando la costituzione d’allora, lo Statuto Albertino – mica na roba bolscevica – mandò l’esercito a sparare sui contadini, fuoco incrociato con quello dei “picciotti”, in un sequel d’accordo stato-mafia. Eppure, a quelle donne che volevano studiare, e che consideravano quella come la più alta forma di ribellione, non è dedicato che qualche rigo nei testi di storia più illuminati, mentre il magnifico Crispi, eroe dei Mille, può godere d’intitolazioni di viali e piazze in lapidi imperiture. Ma a dire queste cose, o a far riferimento, che ne so, alle biografie di punte di diamante dello sbarco in camicia, come i picciotti Corrao (splendido brecciatore di porte romane) e La Masa, o a fare riferimento alle stragi di Bixio, poi finisco che passo per filo o neo borbonico, un po’ come se dicessi oggi che questa storia del greenpass mi dà da pensare, etichettato quale feroce terrapiattista; ammetto, altresì, e per onestà intellettuale, che se me ne dichiarassi favorevole, a quello od al vaccino (fatto), sarei, da vulgate speculari, additato quale servo sciocco di una multinazionale o complice del grande complotto pluto-giudaico-massonico, forse financo membro della Spectre. Questa è la semplificazione (mercificazione, meglio, nell’era dei social) della comunicazione, non è necessario riflettere, studiare, informarsi, la posizione è cash & carry. Ma come testimoniavano le donne dei fasci siciliani, è così da tempo immemore. Guai ai colti (nel senso che si interrogano, non in quello di coloro che sanno già tutto e che dal pulpito dorato ci illuminano d’immenso). Ed alla scuola che comincia, a quei ragazzi che tornano sui banchi – a rotelle – cosa dico? Rifatevi alle contadine dei Fasci? Oppure rifatevi all’esempio evoluto della Emma Perodi, splendido esempio di donna emancipata, inviata in Sicilia tra le macerie delle stragi di Crispi – i maestri dovevano essere di sicura fede savoiarda e i panni risciacquati in Arno – che con le sue novelle ispirate, raccomandava alle giovani contadinelle di fuggire dal terrorifico gatto mammone, pure alla miseria della vita nei campi, ai margini dell’orrenda foresta, sposandosi un ricco aristocratico di città.

A lei, magari, dedicano una scuola o un parco – financo letterario -, oltre a svariate vie. E che devo dire a questi ragazzi che tornano tra i banchi – sempre a rotelle, ovvio – in questi giorni? Nulla, niente, nisba, nada de nada, che poi perché dovrebbero ascoltare un me nessuno, neppure auspico che diano ascolto a quell’altro me che insegna matematica ed è già di suo abbastanza vecchio e rincoglionito? Che prendano esempio dalle donne dei Fasci? Che qualche collega illuminato poi magari mi invita ad attenermi alla formula bruta. Nemmeno posso rivolgermi a loro,a spiegando cosa il mio compaesano Archimede – pur se pitagorico – pensasse della guerra, che siamo in epoche di guerre giuste, d’esportazioni democratiche, che chi se ne frega di come vanno a finire. Però una cosarella voglio raccontarla ai miei colleghi, magari a quei due o tre che mi leggono, forse per sbaglio, perché sono di passaggio o solo per affetto. Premesso che in questi due anni si sono tutti spezzati la schiena prendendo zoccolate sui denti – alla faccia del filosofo, quello bravo e controtendente -, voglio rivolgermi a loro, di cui rispetto l’impegno, ma anche a quei due o tre che mi seguono e colleghi non sono, per ricordare il maestro Manzi. Pure a quelli che s’apprestano, matita rossa e blu – adesso virtuale –, a sgangherare registri di quattro, a farsene orgoglio smisurato quali medaglie da gran generale, testimonianza di ferma volontà meritocratica. Si chiamava Alberto Manzi, ed ha insegnato a leggere e scrivere a milioni di italiani in un paese ancora sgangherato dalla guerra, pieno di speranze ma ancora ignorante d’ignoranza indotta. Condusse tra il 1960 e il 1968 il programma “Non è mai troppo tardi” – praticamente DAD -, un capolavoro di pedagogia, espressione autentica di servizio pubblico e imitato in altri settantadue paesi. Dopo la guerra, nel 1946, aveva accettato l’incarico – non c’era la fila – di insegnante nel carcere minorile “Aristide Gabelli” di Roma. Senza banchi – nemmeno a rotelle -, senza sedie, nemmeno libri, insegna a bambini e ragazzi tra i 9 e i 17 anni con addosso fardelli terribili. Sperimenta metodi didattici rivoluzionari e diventa per loro un assoluto punto di riferimento, spesso l’unico. Racconta e fa raccontare e recitare storie a quei ragazzi. Pubblicano pure “La tradotta”, un giornale che trasmette le emozioni dei suoi giovani allievi. Tra il 1955 ed il 1977, trascorre le estati in Sud America. Ci va per conto dell’università di Ginevra a studiare le formiche. Manzi è un biologo, anche se si era laureato anche in pedagogia e filosofia. In Perù e Bolivia, capisce che per gli indios è fondamentale l’istruzione per reagire alla propria condizione permanente di sopraffazione. Insegna anche a loro a leggere e scrivere, li spinge a costituirsi in piccole cooperative agricole, ad autoorganizzarsi contro lo sfruttamento. Non troppo amato dalle autorità – chissà come mai – continuerà ad andarci lo stesso (una ONG mononucleare).

“Non insegnavo a leggere e scrivere: invogliavo la gente a leggere e a scrivere”. Dirà delle sue esperienze. Docente universitario, lascia il suo incarico per tornare a fare il maestro elementare e scrive lettere di fuoco alle istituzioni contro una scuola fredda e burocratica, incurante delle esigenze dei bambini. Nel 1981 rischia il licenziamento perché si rifiuta di compilare le schede di valutazione: “Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest’anno, l’abbiamo bollato per i prossimi anni”. Viene sospeso dall’insegnamento, poi s’adegua, ma a modo suo, apponendo su ogni scheda di valutazione, un timbro: “fa quel che può, quel che non può non fa”.

Nel 1992 realizza un programma per la RAI: “Impariamo insieme”, per insegnare l’italiano agli extracomunitari. La nuova frontiera la apre ancora lui, mentre questo paese comincia a digrignare ferocemente le sue quattro ridicole gengie. Non è mai troppo tardi per ricordare Alberto Manzi, che diceva ai bambini “Siate capaci di camminare da soli a testa alta, perché nessuno di voi è incapace di farlo”. Buona scuola a tutti, pure a me, che non me lo merito, che mi ricordo di Alberto Manzi.


43 risposte a "E buona scuola!"

  1. Ogni tuo pensiero é un lauto pasto riflessivo per chi ti legge (me compresa)

    Hemingway aveva questo dono , di spiegare e farsi capire ma soprattutto di raccontare le cose per quel che erano veramente e le viveva . 🙂 buona serata Giò. 🤞🏻

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  2. Caro Giò che delizia il tuo post ! Un inno alla vita da vivere,quella vera. Onori pochi ma fatti tantissimi per tutta la vita, ecco chi era Alberto Manzi, e cosa rappresenta tutt’oggi. Lui dell’aristocrazia se ne infischiava. Bravo! Ho imparato tanto ,come maestra di campagna , dai “miei bambini”, ho fatto a modo mio.
    A te il tuo !
    Le donne siciliane, le donne di ogni dove, che badavano a tirare avanti la baracca ,e dopo tante ore di fatica, ritagliano il loro tempo per essere attive socialmente e politicamente. Donne coraggiose, veraci bastonate sempre, o peggio.
    Certi esempi non muoiono mai.Il politicamente corretto penso che vada praticato, innanzitutto,poi anche discusso. Cura i tuoi occhi, continuerai a fare quello che puoi,meglio che puoi, a modo tuo. La scuola, per me dura tutta la vita.
    Giustamente, una persona cara, mi ha ripetuto che sono un fiume in piena ,perdona l’inondazione .
    Buon anno amico mio,con tutto il cuore !

    Piace a 3 people

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