Sino all’ultima osteria

Ho ricordi vividi della mia gioventù, almeno in parte. Della fine del liceo si, della pletora di progetti che m’affollavano i neuroni, come in un raccordo autostradale. Arrivai alla maturità con qualche anticipo, che allora s’usava di saltare la prima classe delle elementari, e poiché ero proscritto alla leva in Marina (per quella si partiva prima e ci si stava di più), la famigerata cartolina azzurra me l’aspettavo da un momento all’altro, tanto più che m’ero assuefatto all’idea di togliermi il dente, subito subito, e senza manco sfruttare l’università per dilazionare i tempi. Ammetto ch’ero dilaniato tra il desiderio d’una fuga disertoria e romanzesca verso un paese esotico dove si combatteva ancora qualche guerriglia rivoluzionaria, e la possibilità di sfoggiare la bella divisa bianca da ufficiale e gentiluomo al gran ballo delle debuttanti. Nonostante l’adesione convinta alla prima ipotesi, finii per optare per la seconda, che già allora l’idea di cose troppo complicate non mi sconfinferava. Il desiderio d’avventure epiche richiede, per potersi avverare, fatiche sovrumane cui già allora non ero aduso. Insomma, di quello mi ricordo, d’altri accadimenti pure, di quelli tra i banchi, con annessi compagni di viaggio, invece, nada de nada. Qualche nome non troppo abbinato ad un volto, talora un cognome di sfuggita. Ma le mie superiori mi sono passate dentro senza lasciare segno alcuno, quasi con stanchezza, senza un guizzo.

Per cui, quando il solito vecchio compagno che invece tiene ben vivido l’archivio di quegli istanti di vita vissuta – per me – inutili, periodicamente s’appresta a farsi promotore della famigerata “rimpatriata”, a me mi becca l’orticaria. Che poi a dire non ci vengo mi pare pure che faccio lo snob, che me la tiro. Qualche anno fa c’è stata la prima puntata. Mi rintracciarono tramite un cugino, che non sapevano nemmeno se fossi ancora vivo o morto. Non dissi di no e andai, con la mestizia nel cor. Che m’immaginavo adipi strabordanti, canuzie e calvizie, fallimenti esistenziali e professionali cui mi sarei imbattuto con – parziale – dolore e che riguardavano persone di cui non avevo più alcuna memoria. Ma quando mai. Pareva d’essere a Dallas. Tutti belli e ricchi, eleganti e giovanilissimi, che io, come al solito strascicavo ciabattando, pure per il caldo afoso sul promontorio, e non mi sarei sorpreso mi lasciassero una cinquemila lire avanzate da una pizza tra liceali, così, per pietà. Mi tolsi di torno appena possibile. Non senza un qualche interrogativo. Come avevano fatto? Semplice arrivò la risposta. S’erano arrabattati per tutta una vita per diventare così, avevano speso anni e anni per assomigliarsi tutti, frequentando gli stessi circoli non s’erano mai persi di vista, le stesse università prestigiose, le stesse vacanze. Per dirla tutta, s’erano fotocopiati, parevano frutto d’un vecchio Gestetner a manovella. S’erano dati obiettivi, scavando una tacca sul tronco d’una palma come certi naufraghi disperati, ogni volta che ne raggiungevano uno. Una vita così, non un guizzo, uno sghiribizzo, un colpo di testa. Tutto pianificato, nessuna sorpresa. Questo emergeva pure dai loro soddisfatti racconti. Ho capito, dunque, perché non me ne ricordavo uno che fosse uno. Loro sono l’orgoglio del paese, le creature che con il loro impegno incessante tengono alto il PIL, nostro signore e padrone – nemmeno con letterarie braghe bianche -. Ecco perché ieri sera, la telefonata d’invito è arrivata puntuale come l’ora legale, senza avere risposta. Le mie noie me le scelgo accuratamente. Non ho mai fatto, se non per brevi e nemmeno intensi periodi, quello per cui ho studiato – quello me lo porto semplicemente dentro, e non mi dispiace -; ho imparato a leggere e scrivere nelle bettole più scalcagnate del pianeta, mi sono rimasti nei ricordi d’un tempo pescatori e falegnami, artisti dimenticati, meravigliosi attori di strada, giocolieri e puttane, che certe altre rimpatriate parrebbero più ultime cene o corti dei miracoli. Ne ho fatti colpi di testa, strambate e virate, cambi di prospettiva e giri di vita per diventare finalmente Nessuno. Però mi sono divertito, che non m’annoio mai più di tanto, anche quando mi trastullo nel nulla più assoluto davanti ad un pezzo di mare all’alba o in un vicolo deserto al tramonto sino a notte fonda, né m’è parso talora di patire di ciò. Pure di fotocopie me ne sono fatte poche. Sono azzardo per il paese, che il PIL lo abbasso. Mantengo però vivide le economie dei luoghi dove ho imparato tutto, le ultime osterie in cima alla più ripide scalinate, quelle ai margini del porto, dove si perdono le luci delle lampare e dove c’è sempre un fiasco di vino e – lì si – una storia da raccontare o da ascoltare, poi, eventualmente, anche da scrivere e leggere.


24 risposte a "Sino all’ultima osteria"

  1. Capibilissimo il motivo del fatto che non vai più a queste cene di rimpatriate ma una cosa mi chiedo ma com’è possibile che a tutti questi amici di scuola la vita stessa non gli abbia menato? Scusa il termine ” che culo!” Pur avendo vissuto in maniera simile alla tua a me la vita a cominciato a picchiare fin da piccola che ad oggi mi basta godere di una semplice giornata banale per dire: grazie a Dio oggi è andata bene!

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    1. Spesso avere le spalle coperte aiuta. Immagino sia così. Poi sono anche convinto che la fantasia, la deroga al consueto, sono cose a cui non si può rinunciare. Ma anche ti espongono alle intemperie. Se fai della tua esistenza una sorta di coazione a ripetere, reciti a soggetto, non ami l’improvvisazione (dunque, direi, la vita) quella che ti tocca – la vita, intendo – è fatta di cose assai prevedibili. Ma la fantasia al potere non possiamo non desiderarla a prescindere, perché è talento autentico portarsela dentro.

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      1. Si hai ragione ma a volte pur scegliendo un’esistenza fatta da una sorta di coazione a ripetere e quindi recitando un modello, la vita che è così imprevedibili all’improvviso ti mena con qualche sciagura. Sono molto ” fortunati” questi amici…

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  2. leggo questa tua riflessione per arricchirmi con un confronto di esperienze e di vissuti; e questo post mi costringe a rompere il silenzio dei commenti che mi ero autoimposto da un paio di settimane.
    ci trovo punti di contatto e di forte differenziazione; tra i primi, l’anno di anticipo, la prima fatta privatamente e l’inizio delle elementari in seconda classe, come allora si poteva, pare…
    tra le differenze, il fatto che alle cene di classe invece vado volentieri, in particolare a quella che c’è stata poco prima del covid, due anni fa, ed era la prima che veniva organizzata dopo che ero rientrato dalla Germania. qualche riserva mia sul fatto che la si limitasse ai compagni del ginnasio, escludendo l’altra classe che nel liceo venne fusa con la nostra, considerando i tassi di selezione superiori al 50% in due anni.
    mi piace constatare come i giudizi dei docenti di allora abbiano azzeccato poco e alcuni giudicati marginali hanno avuto successo professionale e, per quel che se ne può dire, anche esistenziale.
    ho la sensazione di pelle che i tuoi compagni fossero meno significativi: i miei mi stanno stampati nella mente uno per uno e mi ci sento tuttora legato; forse – orrore, orrore! – perché quella selezione selvaggia e spesso sbagliata, manteneva in vita nella classe soltanto personalità che erano comunque di spicco?
    con questo non voglio giustificarla, sia chiaro; ma voglio metterne in luce almeno un aspetto positivo, fra tante ombre: impossibile non sentirsi legati a chi ha condiviso con te, per cinque anni, una lotta durissima per la sopravvivenza; logico dimenticare tutto e tutti, se sono stati anni vuoti e poco formativi. direi.

    e scusa se abuso in fondo di quel che scrivi per riflettere su me stesso.

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  3. credo che ci sia anche uno scarto generazionale; tu hai fatto sicuramente la scuola superiore post-Sessantotto, quella che aveva perso la propria stella polare della selezione e non era stata capace di darsene un’altra…
    il problema vero era che in questa scuola personalità poco significative comunque andavano avanti e ricevevano tutti gli attestati necessari per essere riconosciuti come la nuova classe dirigente… – come in effetti sono diventati, a quel che racconti.

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  4. commento fottuto da wordpress sugli esiti non voluti del Sessantotto, di cui la Democrazia Cristiana approfittò per distruggere quel tanto di ascensore sociale che esisteva prima: purtroppo ricco di notazioni precise e autobiografiche, che ora non ho più lo slancio di ripetere.

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