La lentezza e la ri-scoperta del silenzio

Avendo raggiunto le amate sponde, laggiù, dopo ovvio, lungo e periglioso viaggio, che tale divenne non appena m’accettai – con scarse alternative invero – d’affrontare l’ultimo tratto in modo assai convenzionale, ossia percorrendo strade appellate autostrade (più precisamente mulattiere ingorgate) di felicità riposta nell’arrivo, il benvenuto al sud si rivelò traumatico. Va da sé che non mi rammarico per il verbale che ho trovato nella buca delle lettere, chi sbaglia paga, ed io, sia pur non consapevolmente, sbagliai. Ma mi sorprese che l’operatore, sino ad allora infallibile, con cui tratto le mie telefonate, nonché la connessione alla rete – dunque pure quella al blog mio e d’altri che frequento – oppose lo gran rifiuto, pure per giorni. Per qualsiasi esigenza telefonica mi tocca rimettermi in macchina e spostarmi in altra zona della città. Non so quanto fui e sarò gradito ospite, presso caritatevoli amicizie, per la parte di smartworking che mi compete nei singhiozzi di campo. Mi sopraggiunge comunque quella strana nostalgia di tempi altri in cui la comunicazione o avveniva de visu o non avveniva. Talora si ricorreva alle cabine telefoniche, di cui non v’è più traccia alcuna. Tanto che m’ero quasi prefissato di sostituire, per nostalgie e disimpegno creativo, con una di quelle raccattata da qualche parte, la vasca da bagno. Al posto della cornetta lo spruzzo mi parrebbe cosa di estremo gusto. Viviamo, è vero, ma soprattutto finiamo per sopravvivere a ciò che ci accade, cercando di evitare inciampi o difficoltà di vario tipo: questa, del resto, è la preoccupazione maggiore. Ognuno di noi è chiamato la mattina ad alzarsi e a programmare una giornata alla quale assegniamo, noi stessi, difficoltà e prove, addirittura, a volte, creandocele. Esistono modi diversi di guardare le cose, di guardare gli angoli di una città, gli sguardi di una persona, i panorami che si susseguono o l’impegno che ci attende. Esiste un modo violento ed uno nonviolento. Il modo violento è quando vogliamo difenderci da una vita che immaginiamo esistere indipendentemente da noi. Il modo nonviolento è, invece, quando ci accorgiamo e capiamo che la vita non è ciò che ci accade, mentre siamo affaccendati a fare altro, ma che la vita siamo noi, lo è ogni persona, tanto che quando la vita stessa terminerà, quella persona, semplicemente, non ci sarà più.

È la ragione, credo che, fatte salve e rimosse le tragiche evenienze di cui siamo vittime inconsapevoli, per cui mi concedo con cenno notevole di svago, il lusso infinito di farmi il mio trekking nel disabitatissimo centro storico che s’arrampica sui ripidi costoni rocciosi, dirimpetto ai miei balconi ed alle spalle d’essi. Non ho desideri repressi d’urbanità caotica ed i silenzi di vicoli, cortiletti e stradine scivolose dell’usura delle basole, m’appartengono e m’attraggono. C’è nel tutto d’intorno, pur condito da brutale canicola, una sorta di fotografia del tempo, pure un desiderio di narrazioni. Ci sono storie che rimangono sepolte, come ricordi dimenticati e chiusi dentro ciascuno di noi; aspettano solo che, soffermandoci sulle loro tracce sbiadite, qualcuno le riporti alla luce. Questi viaggi lenti e di silenzi me ne offrono la chiave, in immagini cristallizzate e parole che si accompagnano – e mi accompagnano – in un viaggio che, più che un andare di tappe troppo spesso forzate, celebri attese e luoghi che sembrano far dimenticare il futuro. È un tempo senza spazio, senza movimento, non sta andando da nessuna parte ed è contro lo scorrere delle lancette dell’orologio. Sono i miei luoghi, posti che il tempo e gli uomini hanno dimenticato, che restituiscono le attese, l’esatto contrario del “tutto e subito”. Basta accettare l’idea che ogni dettaglio possiede un significato secondo, altro, nascosto, preferibilmente non subito evidente, che possiamo provare a tirar fuori con un procedimento che forse attiene ad una sorta di maieutica socratica. Neppure possiamo concederci una mera ricerca estetica e formale in quell’attraversamento fuori tempo, semmai possiamo provare a costruire una personalissima narrazione, immaginando la vita che fu lì, le ragioni d’una sorta d’estinzione di massa. Il dettaglio così diventa “la parte per il tutto” lasciandoci la possibilità di ri_vederlo, di ri_evocarlo e di ri_leggerlo in contesti del tutto soggettivi. Non rimane dunque che l’approccio lento alle suggestioni attraversate, con lunghe tappe d’attesa sui segni, sulle luci e sulle ombre, sui colori che, a dispetto di tutto, sembrano mantenersi vividi, quasi a presagire l’arrivo di un’altra vita, di altre storie. Ma non mi importa nulla d’una lentezza che vuole ritardare l’arrivo di un futuro immaginato minaccioso, che si arrocca nella sterile apologia di un passato che sappiamo idilliaco solo perché, appunto, è già trascorso. E tanto meno m’importa una banale, seppur lenta, prosecuzione del presente: chi vorrebbe un futuro simile ad un presente invecchiato? La lentezza a cui voglio costringermi è quella del darsi tempo per desiderare altri luoghi e altri tempi, è un procedere cauto che invogli il me viandante a scoprire tracce di sentieri nascosti e a varcare le soglie dimenticate. Quelle soglie oltre le quali, forse, ci aspetta Utopia, per non rassegnarci a dire con Nabokov che “il futuro non è che l’obsoleto al contrario”.

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20 risposte a "La lentezza e la ri-scoperta del silenzio"

  1. La vita siamo noi( come è vera questa tua frase. Essere consapevoli di noi in ogni momento è una fonte inesauribile di vita e il silenzio e la lentezza ci aiutano nell’acquisire tale consapevolezza.

    E tu sei anche bravissimo a fotografare gli istanti delle “cose” che ti circondano.

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  2. Quelli che … Credono di essere più colti alla moda ed intelligenti di tutti gli altri, definirebbero immediatamente minimaliste le foto di questo post. Il termine è in parte riduttivo, anche nella sua massima espressione. Questi sono invece bellissimi paesaggi. I paesaggi sono ricchi di dettagli, di situazioni, di storie. Queste foto parlano di tempo: c’é in ognuna di esse lo scorrere di un tempo lunghissimo, compresso stretto stretto per essere rappresentato per intero. Il tempo e le vite di tutti coloro che, per necessità del vivere o per cercare il bello, hanno plasmato questi tuoi paesaggi. Capolavori.

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  3. Grazie, grazie davvero. Un complimento che senz’altro ha un peso perché viene da persona che della fotografia ci sconfinfera. Io penso sempre che la fotografia autentica sia l’incontro, talvolta causale, tra un’immagine interiore e la sua rappresentazione materiale. Però, come ben sai, è sempre difficile dare definizioni definitive sulle forme espressive che sono sempre estremamente soggettive. Io, poi, come ho già scritto poco sopra, ho sempre la sensazione di essere l’oggetto della fotografia, uno scatto che mi viene da ciò che vedo, praticamente un selfie, mi metto in posa.

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  4. Caro Giò non ripeterò il commento che non è andato a buon fine per mancanza di rete. Infine ri- prendersi il proprio tempo e prendersi i propri tempi è valore davvero grande.Sono felice che tu lo possa fare. Non innesco i miei ricordi. Il tuo viaggio mi piace perché proprio con i ritmi che ti appartengono. E le foto aggiungono forme e colori pieni forme delineate dai particolari sono vive . Chissà se guardo
    “le giuste cose ”
    nel loro naturale completarsi …
    Mi guardo
    Nel mio tempo sospeso e andato,
    Guardarsi proprio come
    guardare le giuste cose nel loro naturale definirsi è semplicemente farsi trasportare dalla Vita, dalla propria vita…Se così bravo . Non servono altre parole Avevo provato a scrivere un piccolo racconto anche io . È andato via così . Una fortuna ! È stato bello farlo, grazie

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  5. Ti dico che ho guardato le foto. Non ti dico “oh! Molto belle” …. molto stupide queste parole. Fra le altre il rubinetto della fontana mi ha calamitata. Senza un perchè apparente … (qualche settimana fa sono stata ore ferma a cercar di fermare una goccia d’acqua …!). Ciao Gio!

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