L’invasione

Non è che le restrizioni a me mi siano pesate tutto sto granché. Certo, le mie bettole scalcagnate mi sono mancate. Pure le puntatine a mare. Ma sono persona di costumi parchi, che s’accontenta. Adesso s’avvicina un’estate di libertà suadenti, con gli esami – che non finiscono mai -, mi lascio alle spalle il peggio, mi concedo certi privilegi. Ma questa che ciclicamente s’affaccia è per me anche stagione di dialettiche serrate, frutto di antiche disfide. Ma che ultimamente sembrano risolte. Io e il mio ginocchio sinistro, infatti, abbiamo raggiunto un equilibrio. Cioè, conversiamo amabilmente: io gli comunico cosa mi piacerebbe fare e lui ne prende atto, anche se però fa di testa sua. Mi piace questa sua capacità di ragionare con la sua testa, ancorché, talvolta, sembra farlo in modo che a taluni parrebbe animato da volontà sperequative nei miei confronti. Inizialmente gliene facevo una colpa, lo rimproveravo, gli rinfacciavo la ossequiosa obbedienza del suo gemello, quello di destra, intendo. Poi ho cominciato ad apprezzarne l’autonomia decisionale, l’imperturbabilità rispetto ai diktat definitivi ed assoluti, quella certa insofferenza per le gerarchie. In estate le nostre conversazioni si fanno più serrate, talvolta appaiono come delle vere e proprie disfide. Ora, mi pare evidente che io dipendo da lui almeno quanto lui dipenda da me, e il nostro è un rapporto orizzontale, credo ci sia rispetto reciproco. La mattina, quando sono laggiù, mi alzo presto, mi piace raggiungere il promontorio d’ora piccola, quando le masse ancora smaltiscono le bisbocce della sera prima.

Quindi, prima di avviarmi sull’arenile, concordiamo una linea di condotta. Io lo interrogo sulle sue volontà della mattina, in particolare gli chiedo se gli andrebbe il piccolo trotto sulla spiaggia, oppure il passo svelto, quello che fa bene al colesterolo – cerco di blandirlo dicendogli “siamo parte di un tutto, ne avresti giovamento anche tu” -, oppure la passeggiata meditativa. So che qualunque sarà la scelta lui agirà in modo estemporaneo, deciderà sul momento se cedere di schianto, oppure bloccarsi, gonfiarsi come un prosciutto, o scricchiolare con raccapriccio, nell’atto di volermi comunicare rumorosamente il proprio dissenso. Di recente non obietta, credo abbia gradito certe pasticche comprate in erboristeria che lo rianimano, lo fanno sentire più appagato e considerato, non più una minoranza sfruttata e relegata in un angolo, laggiù in basso. Certo, obietto io, va bene non consentire la corsettina, ma anche tu, che vizi borghesi: pasticche, ciascuna delle quali costa quanto un caffè espresso. Ed a proposito di caffè, è di questo che si tratta. Insomma, l’arrivo al promontorio prelude, a prescindere dall’accordo col mio ginocchio, alla sgambata in tenuta da Orzowey sino al borgo. Tre chilometri esatti da percorrere sull’arenile deserto, poi lì caffettino al chioschetto, quindi il ritorno, gli stessi tre a ritroso. Giunti in prossimità del promontorio nuotatina, sigarettina (l’abuso di diminutivi, è frutto di un certo meridionalismo che mi è rimasto appiccicato addosso, ed ora non riesco a sbarazzarmene, di questo mi scuso), poi a casa, prima che il sole divenga cattivo e che, soprattutto, le masse rumorose, con i loro ombrelloni branditi a mo’ di Durlindane, i tamburelli schioccanti, i palloni sgonfi, solletichino certe mie mai del tutto sopite agorafobie. Sul finire della scorsa estate, però, durante la sgambata, succede una cosa strana: a guardare la TV quella spiaggia dovrebbe essere invasa da torme di selvaggi inferociti con l’osso al naso e la sveglia al collo e che preparano pentoloni per bollire l’uomo bianco. Ed invece, altro che migranti, l’invasione c’è, ma di extraterrestri. Ve l’ho detto, io sgambetto sull’arenile come Tarzan, in costume da bagno e piedi scalzi, non mi formalizzo, sono un uomo rozzo, la spiaggia dal mio punto di vista limitato serve a questo, tanto più che è libera. Quelli, invece, si capisce che non sono di questo mondo, che sono creature d’altri pianeti, giacché sono abbigliate in modo diverso: si, all’apparenza sembrano come noi, come noi da molto giovani, ma poi indossano tutine attillatissime, mi dicono traspiranti, aerodinamiche, per fendere l’aria mentre corrono, penso, o per difendersi dai germi aggressivi del nostro pianeta. E poi hanno fili che li avvolgono dappertutto: fili che vengono fuori da fasce ai polpacci, ai polsi, alla cinta, al collo, alle caviglie e poi orecchie tappate con cuffie ed auricolari (credo dipenda dal fatto che nel loro pianeta il rumore della risacca sia considerato un po’ come da noi certa musica e, giustamente, se ne isolano), occhiali iridescenti, forse i resti di uno scafandro da astronauta, scarpe con sospensioni ed ABS. Io mi sento a disagio, e quando leggo nei loro occhi l’espressione di disgusto nel vedermi al trotto conciato in quel modo primitivo, mi inibisco e rallento (pratica in cui sono un esperto). Non vorrei dare dei terrestri un’immagine di generica trascuratezza. Ma che ci sarà collegato a tutti quei fili, gli strumenti con cui comunicano con l’astronave? O forse hanno paura di perdersi in spiaggia e si portano dietro un navigatore astrale? Il punto è che la spiaggia ne era piena. Ora, in attesa dell’arenile prossimo venturo, profittando dalla parziale libertà concessami dal nuovo colore regionale, la mia passeggiatina me la faccio sulla ciclabile accanto al fiume. E altri ne vedo, pari a quegli altri dell’estate. E allora, delle due l’una, o hanno completato l’invasione, e quelli della mia specie, i terrestri, intendo, se li sono portati sul loro pianeta per il ripopolamento di certe foreste spaziali, oppure… oppure, non me ne sono accorto e l‘extraterrestre sono io. E vabbè, come faccio a capire certe cose, sono cose d’altri mondi.


10 risposte a "L’invasione"

  1. altro pezzo godibilissimo, con tocchi ambientali degni di Montalbano, ma con un’ironia più feroce.
    leggerlo è per me salutare, perché mi rendo conto che razza di scelta azzeccata sia stata venirsene a consumare la mia vecchiaia tra borghi negletti da ogni forma di extraterrestri travestiti da turisti e dovermi accontentare, mentre diserbo l’orto o lo innaffio, del passaggio di qualche giovane ragazza che trotta con un’amica in pantaloncini corti per combattere la futura cellulite.
    sembrano umani; e umani di un altro sesso no, non ne passano, perché sono tutti a lavorare tra campi e officine.

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  2. Scelta più che azzeccata. Che certe volte, si riscopre socialità dove non ci sono creature mutate, come spesso se ne vedono scorrazzare, persino nei luoghi più reconditi. è una colonizzazione feroce quella che ci è toccata, invero ai più piace preoccuparsi di quattro poveri disgraziati che arrivano sfiniti e non s’avvedono che l’invasore ce l’hanno dentro, pure da mò. Insomma, la trave nell’occhio.

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  3. Come scorre bene la lettura già in movimento. Hai cambiato il ritmo ,ultimamente è più sostenuto. Ti stai preparando al viaggio.
    A me sembra di camminarti a fianco mentre tu vai “giudiziosamente “d’ accordo con il tuo ginocchio. La mattina presto già arrivano i “turisti”acconciati in modo strano, potrebbero essere anche vicini . Sono tutti terrestri attuali. Però dove mi trovo io, le sfilate non s’addicono.
    Tu rallenti e già ,siamo condizionati … Forse ti osservano di più. Ma è nella tua natura essere discreto. Veramente anche io nella mia goffaggine infilo le pinne . Sembra una cosa da ridere. In effetti lo è.
    In fondo che importa …
    Sei chilometri di spiaggia libera , la mattina presto, è fantastico !
    Il mare è odore e suono è rumore. È abbraccio fresco è di più.
    La mattina alle 6 , mi pare un po’ prima sorge il sole .
    Continua tu che è meglio 😉. Finalmente il mare… e che mare !
    Umorismo acuto ,un po’ beffardo il tuo a connotare personaggi e situazioni. Mi torna in mente il Pirandello delle novelle ma se dovessi parlarne. Io mi diverto, come altri amici . 😆😆Io credo che anche tu stia sorridendo Grazie🌅

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