Goal!

Non mi piace lo sport, me ne sono tenuto alla larga per parecchio tempo. È contro la mia religione. Un po’ di pallavolo, da ragazzo. Poi smisi. Troppo affanno ed effetti collaterali. Mi piacevano certi boxeur, Ray Sugar Leonard tra tutti. Mi pareva fossero personaggi letterari, con le loro storie di emancipazione, gli incontri leggendari. Pure Alì, invero. M’ero pure messo, su quella scia, ad incrociare guantoni. Ma non durò molto nemmeno quello. Trovavo assai disdicevole che, mentre io prestavo il mio setto nasale ad improvvide deviazioni, gli altri non facessero altrettanto, si scostavano. Col mio compagno di banco delle medie, sportivissimo autentico e convenzionale, non eravamo ben assortiti: lui un metro ed una spanna, con la faccia angelica ed i riccioli d’oro, ma ben piazzato; io spilungo e sottile come un giunco, levantino ed arabeggiante. A dispetto dell’aspetto, era uno spietato killer d’area di rigore, e mi convinse a farmi la partitella della domenica, su una specie di campo di patate alle cui estremità erano piazzate due porte senza rete, che ad ogni incrocio dei pali era rissa per l’opposta valutazione se la palla fosse passata sotto o all’esterno. Dismisi rapidamente che il dopo partita era sempre doloroso e tornavo a casa che, ancora più che per incontro di box, parevo una carta geografica. Al di là del fatto che, per spirito critico innato, m’ero rapidamente avveduto che non c’era storia per me sul campo da calcio. Mio padre, tifoso con cautela della Juventus (in Sicilia si nasce cattolici e juventini, a prescindere), mi portò a vedere una partita di serie A ch’ero bambino. Conosceva questo tale vicepresidente o qualcosa del genere d’una delle due squadre. Per i 90 minuti canonici, quei ventidue in mutande inseguirono confusamente il pallone, mirando più alle caviglie degli avversari che a quello. Per il resto ebbi la sensazione che, fossi sceso in campo, avrei potuto segnare anch’io un paio di gol. Il mio compagno di banco avrebbe fatto una goleada. Seppi che alla fine di quel meritatissimo doppio zero, un po’ dei protagonisti lasciarono il campo sui cellulari della polizia, tradotti in particolari ritiri per un calcio scommesse. La religione di stato (l’oppio dei popoli), dunque, non m’ha mai entusiasmato. Qualche cauta riscoperta, cenno di svago, roba da paesaggi immensi e orizzonti di fascino polveroso di Patagonia, m’è venuto dal calcio dei racconti di Osvaldo Soriano, di Manuel Vasquez Montalban e Eduardo Galeano, ma non sono mai andato oltre. Eppure, in certe occasioni, ridivento tifoso, dell’evento più che della squadra. M’è parso che ci sia, da qui a breve, una qualche kermesse d’un certo interesse, che vedo TV megalitici sparire dagli scaffali dei supermercati, con rapidità maggiore di quanto non vada via il pane fresco. L’evidenza l’ho avuta nella consultazione delle pagine d’un quotidiano. Ed io, ripeto, adoro questi eventi. Quando scatta l’ora x, le genti italiche, rispolverando sepolti amor patrii, s’affastellano nei salotti, sui divani monta smonta svedesi, dinnanzi a pareti a led made in China o Japan, con birre ed hot dog, tutti chiari riferimenti all’identità nazionale, da difendere e preservare contro l’invasione dello straniero, e per ridare alle ugole capacità espressive primigenie. Ed è questo che mi piace, che le vie dei borghi, di paesi e città, pur tra qualche lontano vagito d’un nascituro rigore, d’improvviso si svuotano del consueto, e per un paio d’ore, m’appartengono in esclusiva suadenti silenzi, musei d’ombre, dentro cui perdersi, sublimarsi. Questo a me piace di constatare, il lockdown autoinflitto, ed il campo libero della riappropriazione per chi non ha tema di lesa maestà.

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2 risposte a "Goal!"

  1. Caro Giò mi viene in mente il rigore…Il tuo racconto mi fa sorridere. Il messaggio arriva ma l’hai presentato proprio come un gioco. Il calcio s’addice perché è molto popolare. Siamo ancora al campo di calcio senza rete. Comunque il calcio va avanti certo. Qualcuno pensa di fare goal, molti fanno autogoal poi ci sono i calci di rigore.Grazie, ciao

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