Riservato ai clienti

Scrivere mi si configura come atto liberatorio, e se talora impone fatica non lo è più di una coda all’ufficio preposto per ritirare il passaporto, il visto per un viaggio di vertigini autentiche. Che il permesso d’andare neppure è certificabile da ottuse burocrazie, quando si muovono dita sulla tastiera o, come si conviene nei momenti di massima ispirazione (direi meglio di pigrizia dirompente) non v’è necessità d’accendere il PC; basta la vecchia agenda nera con le pagine esauste di ghirigori perditempo e la Bic consunta. Pure, se capita che non mi viene niente da scrivere, va da sé che, poiché non sarei tenuto a farlo, possa desistere, senza produrre un etto di danno né a me, tanto meno ad altri. Ma mi basta poco per ritrovare verve, il tempo necessario, un bicchiere di vino e la musica giusta, che ne so, il Mingus che ho messo in fondo. Nemmeno si prospetta l’intervento delle forze dell’ordine precostituito per sciogliere l’adunanza sediziosa ed assembrata degli editori che s’affollano sotto casa mia per irrinunciabili proposte. Mi basta scrivere, poi, espletata la fisiologica pulsione, per me va bene, che sono nessuno (pure con la “n” minuscola), forse neanche esisto davvero. L’opera conclusa è irrilevante, a me interessa la strada che c’è da fare per arrivarci. Il resto è fuffa. Per me, intendo. E v’è un popolo ispirato là fuori, di talaltri nessuni (che nessuno è assai meglio di uno qualunque) che riempiono tele bianche, fanno musica e fotografie, incidono e scolpiscono dando vita a materia di risulta. Ispirazioni che vengono dalle viscere del niente e che in quel niente rimangono solo in apparenza, poiché hanno elevato coscienze. Lì, in quel niente sotterraneo e invisibile, sono convinto, s’annida l’ultima spiaggia di questo mondo. Basta che si riprendano le piazze. Certo che ci sono le piazze virtuali, ma a che servono se non c’è mai lo sguardo nello sguardo, se manca l’elettricità del rapporto? Le piazze di luce, di sole o luna che sia, sono chiuse alle moltitudini che hanno da raccontare una storia, sono circondate dall’orrore delle suburbie occupate dai (super)mercanti. Chiuse alla libera rappresentazione dell’estro, vincolate dalla proprietà privata (direi pure privata di tutto) come un parcheggio riservato ai soli clienti. Chi paga per lo sviluppo dell’estro lo fa solo in cambio del suo epilogo nell’opera finita e che non si ripeta. Viviamo tempi di necrofilia, ci piace il cadavere grondante china scura, giammai accetteremmo la rigenerazione dell’estro creativo, merce inacquistabile ed effimera, antimerce per definizione. Nessuno spazio, dunque, per chi a quello s’accinge, nessun compenso a chi detiene la virtù sublime dell’arte. Solo i lacchè di regime ne hanno diritto, con le loro mediocri autoesaltazioni tvsocial, ricoperti di prebende purché tengano occupato il campo con le loro schifezze, con la maschera di meritorie carriere artistico-letterarie, né infastidiscono i padroni del vapore se vendono i cadaveri putrefatti delle loro merci, sapientemente tutelate dai diritti d’autore.

“Si può affermare senza esagerazione che mai come oggi la nostra civilizzazione è stata minacciata da tanti pericoli. I vandali, usando i loro mezzi barbari, cioè estremamente precari, distrussero la civilizzazione in un settore d’Europa. Oggi, tutta la civilizzazione mondiale, nell’unità del suo destino storico, vacilla sotto la minaccia di forze reazionarie armate con tutta la tecnica moderna. Non alludiamo unicamente alla guerra che si avvicina. Già oggi, in tempi di pace, la situazione della scienza e dell’arte è diventata intollerabile.

In ciò che di individuale conserva nella sua genesi, nelle qualità soggettive che mette in azione per rivelare un fatto che significhi un arricchimento oggettivo, una scoperta filosofica, sociologica, scientifica o artistica, appare come un frutto di un caso prezioso, cioè come una manifestazione più o meno spontanea della necessità. Non bisogna trascurare un simile apporto, sia dal punto di vista della conoscenza generale (che tende all’ampliamento dell’interpretazione del mondo), sia dal punto di vista rivoluzionario (che esige, per giungere alla trasformazione del mondo, si abbia un’idea esatta delle leggi che reggono il suo movimento). In particolare, non è possibile disconoscere le condizioni mentali in cui questo arricchimento si manifesta, non è possibile cessare la vigilanza perché il rispetto delle leggi specifiche che reggono la creazione intellettuale sia garantito.

Ciò nonostante, il mondo attuale ci ha obbligato a constatare la violazione sempre più generalizzata di queste leggi, violazione alla quale corrisponde, necessariamente, una degradazione sempre più notevole non solo dell’opera d’arte ma anche della personalità “artistica”.

(…) La vera arte, cioè quella che non si soddisfa delle variazioni sui modelli stabiliti, ma che si sforza di esprimere le necessità intime dell’uomo e dell’umanità attuali, non può cessare di essere rivoluzionaria, cioè non può se non aspirare a una ricostruzione completa e radicale della società, sia anche solo per liberare la creazione intellettuale dalle catene che la legano e permettere all’umanità intera di elevarsi alle altezze che solamente geni solitari avevano raggiunto in passato”(…) L’arte non può sottomettersi senza decadere a nessuna direttiva esterna e riempire docilmente gli ambiti che alcuni credono di potergli imporre con fini pragmatici estremamente brevi. Vale più confidare nel dono di prefigurazione che costituisce il patrimonio di ogni artista autentico, che implica un inizio di superamento (virtuale) delle più gravi contraddizioni della propria epoca e orienta il pensiero dei suoi contemporanei verso l’urgenza dell’instaurazione di un ordine nuovo.

L’idea che dello scrittore aveva il giovane Marx esige ai nostri giorni di essere riaffermata vigorosamente. È chiaro che questa idea deve essere estesa, sul piano artistico e scientifico, alle diverse categorie di artisti e ricercatori. «Lo scrittore — diceva Marx — deve naturalmente guadagnare denaro per poter vivere e scrivere, però in nessun caso deve vivere per guadagnare denaro… Lo scrittore non considera in alcuna maniera i suoi lavori come un mezzo. Sono fini in sé; sono così scarsamente mezzi in sé per lui e per gli altri, che in caso di necessità sacrifica la sua stessa esistenza all’esistenza di quelli… La prima condizione della libertà della stampa si fonda nel fatto che non è un mestiere”. Mai sarà più opportuno blandire questa dichiarazione che contro chi pretende di sottomettere l’attività intellettuale a fini esteriori a essa stessa e, disprezzando tutte le determinazioni storiche che le sono proprie, dirigere, in funzione delle presunte ragioni di Stato, i temi dell’arte. La libera elezione di questi temi e l’assenza assoluta di restrizione in ciò che spetta al suo campo di esplorazione, costituisce per l’artista un bene che ha diritto di rivendicare come inalienabile. In materia di creazione artistica, importa essenzialmente che l’immaginazione sfugga a ogni coazione, che non permetta con nessun pretesto che le si impongano strade. A chi ci incita a consentire, sia per oggi o sia per domani, che l’arte si sommetta a una disciplina che consideriamo radicalmente incompatibile con i suoi mezzi, gli opponiamo un diniego senza appello e la nostra volontà di mantenere la formula: tutta la libertà nell’arte” (Diego Rivera, Leon Trotsky e André Breton)


15 risposte a "Riservato ai clienti"

  1. piaciuta molto la prima parte, con alcuni passaggi che mi sembravano autobiografia mia.

    molto meno la seconda, e con sollievo ho visto che era una citazione: il primo nome che campeggia è quello di quel trombone pittorico di Ribera, una specie di Guttuso messicano, ma ancora più retorico (visto dal vivo a Ciudad de Mexico, non vale davvero niente, a parte le monumentalità, se qualcuno la apprezza); il secondo nome è quello di Trotskij, che Rivera poi abbandonò, ritornando stalinista, poco prima che l’altro fosse ucciso da Stalin.

    dicono: La vera arte […] non può se non aspirare a una ricostruzione completa e radicale della società. che sciagura.

    "Mi piace"

    1. Io ho riportato solo una parte di quel manifesto. I due che citi non sono mai stati troppo simpatici neanche a me, a dire il vero, anche se il manifesto è un po’ più complesso delle parti che cito e in larga parte lo trovo estremamente interessante poiché, forse per la prima volta in modo così diretto, pone la questione dell’arte come strumento di impegno politico, il che mi tornava utile rispetto a quanto dicevo prima io. Forse, in effetti, avrei dovuto fare riferimento in modo più preciso al Manifesto per un’arte surrealista che è più propriamente di Breton che io ritengo artista straordinario, autentico rivoluzionario poiché stravolge i dettami dell’arte “ortodossa” in senso politico ed assai più di quanto non abbiano fatto altri protagonisti della cultura del ‘900. Tuttavia la questione del ruolo dell’arte nel determinare profonde trasformazioni nel quadro sociale e culturale dell’occidente è ancora un tema, per così dire, praticamente vergine. C’è da dire che l’arte in Italia, salvo rare eccezioni, ha avuto uno sviluppo quasi paternalistico nella sua lettura della condizione delle classi subalterne (salvo rare eccezioni, che non cito per non far torto a nessuno). Ma c’è anche stata una certa ritrosia da parte dell’ortodossia politica, anche a sinistra (non dico soprattutto solo per mantenere un certo distacco da certe dialettiche manichee), che ne ha profondamente condizionato il processo evolutivo. è anche vero, però, che – fatte salve ancora alcune rarissime, eccezioni, Vittorini e pochi altri – difficilmente gli artisti di casa nostra sono riusciti ad emanciparsi davvero da una certa dipendenza mercantile e/o ideologica. Poi io sono convinto che l’arte sia in grado di interpretare la società offrendo uno spunto di riflessione ulteriore da cui ripartire per una sua trasformazione in senso umano. E’ evidente che ciò può avvenire solo in presenza di un’arte “umana”.

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      1. sapevo che mi sarei buttato in una discussione molto impegnativa col mio commento, che non voleva essere critico verso di te, che citavi quel Manifesto, ma ripensare alle figure abbastanza ambigue ed eterogenee di chi lo stese. sarebbe stato assurdo, data la consonanza che ho sentito con quello che hai scritto tu.
        ma non vorrei ora approfittare troppo della tua ospitalità cortese; vorrei solo riprendere la tua bella conclusione: Io sono convinto che l’arte sia in grado di interpretare la società offrendo uno spunto di riflessione ulteriore da cui ripartire per una sua trasformazione in senso umano. E’ evidente che ciò può avvenire solo in presenza di un’arte “umana”.
        solo che insisto a dire che la trasformazione della società può essere un obiettivo frustrante ed impossibile da realizzare, il tipico muro contro cui spaccarsi la testa, se la vediamo come un indefinito progetto globale; mi pare più credibile se invece ci accontentiamo di contribuire a quella trasformazione molecolare dal basso di cui parlava anche Gramsci, mi pare, in tempi altrettanto grami che i nostri.
        ciao, e grazie.

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      2. Non approfitti affatto, mi fa piacere leggerti e dialogare con te è estremamente stiomolante. L’unico rammarico è doverlo fare nelle strette condizioni del mezzo. Ma come si dice in questi casi, mi casa es tu casa. Derubrico a questo la citazione relativa al Manifesto che era voluta e ricercata, al di là delle biografie di chi lo ha redatto, poiché, a distanza di quasi cento anni, si discute ancora della libertà delle scienze e dell’arte. Ne avevo volutamente tagliato la chiosa poiché non credo che si instauri un “Ordine nuovo” semplicemente sostituendo alle armate i pennelli. Forse si può provare a far scorrere meno sangue, ma il concetto di instaurazione di un sistema per volontà di una ristretta cerchia, ancorché si voglia attribuire a quella un’aura di illuminazione, è pur sempre dall’alto, dunque non promette bene. Per il resto sono convinto che l’arte (intesa anche in senso molto lato, includendo in essa la ricerca incessante della bellezza come bisogno essenziale della condizione umana) debba essere libera perché se è tale può essere una (e sottolineo “Una”) delle componenti che promuovono dal basso un cambiamento sociale che, tutt’altro che doversi instaurare, rappresenta un percorso lungo, complesso ed articolato, forse senza fine. Penso, come avrebbe proposto Sciascia, che un processo rivoluzionario di quel tipo e dal basso, con una rivolta morale e collettiva, sia irrinunciabile, ed al contempo altamente improbabile. L’arte e le scienze, pure la filosofia, non sono libere nei regimi totalitari e nelle dittature poiché costruite ad immagine e somiglianza del potere, funzionali a quello e non certo al benessere delle masse; nei sistemi liberali e democratici, al contempo, devono rispondere alle compatibilità sistemiche ed economiche. Non ne è vietato l’esercizio esplicitamente, ma ne è resa invisibile la produzione con la sottrazione degli spazi al di fuori di quelli caritatevolmente concessi dalle economie. Mi dilungo un attimo anch’io con una piccola nota autobiografica. Ho studiato le scienze esatte e le ho praticate sinché mi è stato consentito, pur tra innumerevoli difficoltà, di farlo, nel cosiddetto meandro della ricerca di base non finalizzata ad esigenze altre nemmeno in condizioni di eterodirezione. Non ho rimpianti. E mi sono a lungo occupato di arte, ammetto con più di qualche vantaggio economico rispetto all’oggi. Ma sono divenuto pennivendolo e klikker a cottimo, sinché il mio reflusso gastroesofageo non mi ha indotto a smettere, a dare un taglio netto a quell’esperienza, senz’altro peggiorando notevolmente il mio tenore di vita (faccio l’insegnante ormai da molti anni, e si sa quanto il mio ruolo sia riconosciuto anche economicamente), ma riconciliandomi con la mia immagine riflessa allo specchio. Ho smesso di scrivere per anni, di fotografare non se ne parlava, avendo persino svenduto ed in buona parte regalato tutta la mia attrezzatura.. Non dipingo più da tempi immemorabili. Oggi riprendo queste cose, attraverso queste pagine, consapevole che innanzitutto e finalmente, posso farlo come mi pare, elevando la mia condizione al livello più basso (mi piacciono gli ossimori), che è la consapevolezza definitiva e rasserenante di essere nessuno. E grazie a te per lo stimolo che dai con le tue argomentazioni.

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  2. l’approdo di questa discussione, forse finale, forse no, è che adesso mi riconosco pienamente nella tua visione dell’arte, che non deve porsi forzatamente al servizio di chissà quale rivoluzione calata dall’alto, ma continuare a corrispondere alla sua natura originaria di libera esigenza espressiva e creativa: la consapevolezza e più ancora l’accettazione di non essere nessuno la riporterà al ruolo suo di manifestazione dei processi culturali e sociali in corso, senza nessuna pretesa di fare da guida.
    questo permette di concludere con una parallela nota biografica: per tutta la mia vita, indubbiamente giunta alla sua fase conclusiva, la scrittura e l’attività creativa, sono state una dimensione parallela, ma oscura perché strettamente privata. rispetto ad una attività pubblica che si svolgeva comunque nel campo della formazione, per qualche periodo anche dell’informazione e comunque in quella che chiamiamo cultura. dalla scoperta del blog come strumento di comunicazione abbastanza appartato, avvenuta nel 2005, questa riflessione è continuata, in forma molto più intensa, per l’intensità delle corrispondenze e dei rimandi richiesti da questa relativa pubblicità, attraverso i successivi strumenti di questo tipo che mi sono costruito e messo a disposizione, senza altro scopo che di esprimermi, gratificando me stesso; tutto questo sembra condannare il mio pe siero e la mia attività ad una irrimediabile dispersione e ad uno spreco, che spesso mi viene rinfacciato da qualcuno e anche da una ostinata voce residuale che non ha pienamente accettato il discorso semi-buddista della necessaria insignificanza.
    ma credo che proprio l’accettazione della propria insignificanza sia il tratto caratteristico e fondante dell’arte e del pensiero del futuro, pure consapevole del rischio di erigermi, dicendo così, anche io in qualche modo a teorico che vuole dire all’arte che cosa deve fare.

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  3. Comunque, a quanto pare, anche un blog può dare un contributo, e se due soggetti distanti per esperienze riescono a comunicare, persino a convergere in molti punti, non sarà ancora la piazza (l’Agorà, per intendersi, intensa e partecipata), è credo, cosa eccezionale, come dire, forse non tutto è perduto. L’argomento è talmente vasto, pressoché inesplorato, che immancabilmente ci toccherà tornarci. E comunque grazie perché è stato stimolante.😉

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  4. La vera domanda, o quantomeno quella che mi sorge spontanea è “chi fa l’artista?” e “che fa l’artista”: fondamentalmente ci viene gabellata come arte (intesa come bellezza oggettiva atta a sfidare il temo e a superare e doppiare il tempo in cui è nata) la provvisorietà di un tempo sempre più al ralenty, dove viviamo in assenza di tempo e di bellezza, i sensi si appannano e chi non ha gusto non ha nemmeno opinione

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    1. Ed è francamente una bella domanda. Cui non mi sento in grado di rispondere con verità assolute. Credo che ci siano delle condizioni da rispettare per definire un artista. Almeno che abbia delle cose da raccontare, e che sappia farlo fuori dei luoghi comuni del già visto. Poi che sia capace di forgiare la sua materia di riferimento con qualche apprezzabile tecnica (i colori, la parola, un pezzo di marmo o le corde di una chitarra che siano). Ma penso anche che debba saper leggere il suo dentro senza infingimenti e che abbia un occhio onesto per il suo fuori. Che sia libero da ogni condizionamento. Forse non basta, forse sono solo condizioni necessarie, forse non sufficienti. La cosa che so è che l’arte, quando è tale, arriva precisa e puntuale a chi (che sia un artista pure lui, anche solo per questo?) ha desiderio profondo di soddisfare il suo bisogno essenziale di bellezza, al di là del tempo, come a quel tempo in cui il tempo non c’era.

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  5. Buondì Giò forse mi è chiaro il tanto che scrivi. Certo è che il dialogo contribuisce al chiarimento. Dal mio basso concordo pienamente e vivacemente. Conoscere se stessi è una “piccola grandeimpresa”che impone una calma interiore un silenzio, è un silenzio interiore fatto di sensazioni, pensieri, emozioni, immagini ricordi. Ri- percorrere la propria vita anche direi. Non si fa in breve, almeno per me.
    La coscienza e la consapevolezza vissute liberamente aiutano a ritrovare se stessi, naturalmente altri e altro da te giungono spontanei . È un viaggio necessario. L’arte come espressione spontanea mi ha aiutato. Non esiste mai il silenzio assoluto in vita, esiste l’ascolto, ognuno sceglie il proprio. Grazie buon tutto sempre e comunque, questione dura è vero ,un po’ si può. 😘🌅

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  6. Ieri le piazze erano strapiene. Avrei voluto partecipare ma non sono uscita per qualche decimo di febbre – devo aspettare i primi di luglio per la seconda dose di vaccino – ma non sono stata male.
    Ho riflettuto, come si suol dire, e su tante cose. Non trovo ancora le parole giuste per parlare del mio rapporto antico e profondo con l’arte, ma so che quando ho provato, e provo emozioni allora la mano si muove da sé, per scrivere, o per cercare improbabili sfumature e colori … anche nelle parole.

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