La presa della Fera

Succede, soprattutto nei momenti di riflusso (non gastroesofageo), che incontri quegli sguardi ieratici, quelle espressioni estasiate, con gli occhi che pare esplorino l’infinito; poi, appena sussurrata, la frase che ti cattura – a me, invero, stranisce, persino mi inquieta -: “questo libro m’ha cambiato la vita”. È pure probabile che io sia un uomo rozzo, persona di sensibilità appena verificabile, tipo che inchiodo se un gatto mi taglia la strada, non tiro dritto incurante, cioè, questo sì, lo faccio, magari oltre non vado. A me, però, un libro non m’ha mai cambiato niente. Quando vi fu la riscoperta di Memorie d’Adriano, per buttarla in caciara, pareva che tutti non aspettassero altro per schierare occhi persi verso l’orizzonte, che quello dell’avvenir ormai pareva perso. Mi viene in mente che quel libro di vittime così ne fece parecchie. Posto che io non ce l’ho con la cosa della Yourcenar, m’è pure piaciuta (ho preferito Il Portico di Zenone), l’ho letta con affabile genio, come altri: però, ribadisco, “un” libro, la vita non me l’ha mai cambiata. Tanti libri assieme finiscono col farti buono o una pura schifezza, dipende da quello che leggi. Se non leggi, poi, forse va pure peggio. Ma uno, uno solo, intendo, con me non c’è riuscito. Anche perché, se ci si ferma a pensare un attimo, ognuno di noi è fatto da talmente tante pagine, che pure certe scritture strette e fitte come fanno a starci dentro senza perdersi come goccia nel mare? Tranne che, appunto, qualcuno di pagine sue ne abbia non troppe, e s’accontenta. Così mi pare che sia, anche se, proprio se la devo dire tutta, ce n’è stato uno di libro, che seppure non m’ha cambiato la vita, tuttavia…

Insomma, è storia antica, ed eravamo in mezzo ad una Sicilia di contraddizioni, intorno alla metà degli anni ’50, ma io non c’ero, non ancora, almeno. C’era Elio Vittorini, che faceva l’editor d’Einaudi. Fu il tempo che ricevette una stesura de Il Gattopardo. Si disse che la rifiutò sdegnosamente, e fu accusato perciò di feroci ideologismi. Pare, invece – e ho fonti certe ed attendibili in merito – che in realtà abbia solo evidenziato che l’opera pareva incompleta, che non c’era finale. Poi fu pubblicato da Feltrinelli. Chi l’ha letto avrà in effetti notato come il finale sia un po’ appiccicaticcio, quasi pareva non c’entrasse niente col resto, come ci avessero messo il primo che trovavano perché non se ne poteva fare a meno. Tanto che Visconti lo fece praticamente sparire dal suo film. Ma sto divagando, non è alla cosa del Lampedusa che mi riferisco. È che, quasi contestualmente, si presenta da Vittorini, un giovane ricercatore, siciliano anch’egli, tale Stefano D’Arrigo, con un libercolo che si chiama “ giorni della fera. All’editor quel lavoro piace, ma consiglia benevolmente di rimpolparlo un tanticchia. Fu preso abbastanza sul serio poiché quel rimpinguare di pagine durò oltre vent’anni, si da trasformare il libretto embrionale nell’opera monumentale -1600 pagine fitte e strette come mai, da perderci fiumi di diottrie – Horcinus orca. Roba che poi, per rilassarti, leggi i classici russi. Così pensavo, tenendomene alla larga beatamente, pur se taluni che s’erano avventurati nella lettura li conoscevo. Gente reticente, che non raccontava niente di quello che avevano trovato in quelle 1600 pagine, e, senza troppi sguardi ieratici, a domanda rispondeva con fastidio che me le potevo anche leggere da solo. Pare che custodissero una sacra reliquia, un segreto estremo e definitivo, custodi di quello come cavalieri templari. Io non è che non ci dormissi la notte, e financo Mastro don Gesualdo Bufalino scrisse un Codicillo a D’arrigo, in cui, dopo aver elogiato l’opera, candidamente ammetteva di non essere nemmeno arrivato al giro di boa. Per cui mi sentivo confortato nella mia scelta. Sinché, una graziosa signora, col senno di poi, non so, se per affetto oppure per inconfessata antipatia, me ne fece gentile omaggio, pure in bella confezione. Lo deposi con cura in un angolo oscuro della mia libreria, e feci finta di dimenticarmene. Tuttavia, quella costa voluminosa, tanto larga quanto alta, pareva accendersi di fosforescenze ogni volta che vi passavo dinnanzi. C’era qualcosa che attirava la mia attenzione da quelle parti. Mi capitava di svegliarmi di soprassalto dai miei sogni giovanili, e tutto sudato andavo a verificare se il libro s’era acceso di nuovo, se s’era messo a vivere. Fu così che mi decisi di cominciarne la lettura. Dopo le prime duecento pagine, sofferte di contenuti, m’avvidi della vertigine che ne rimaneva. Così smisi una prima volta. Ma quello non demordeva, lampeggiava come certi catarinfrangenti autostradali, senza ritegno per l’oscurità d’intorno, sfavillando, persino. Io dissimulavo l’interesse, facevo finta di niente, mi mostravo indifferente. Ci ricascai, forse per altre trecento o quattrocento pagine, arrivai persino a superare Bufalino. Ma m’arresi ancora. Poi un lascia e piglia, e di resa in resa, arretramenti e incursioni, quella dialettica serrata maturò l’ultima pagina che acquietò la fera, e dopo quasi due anni. Quindi, sancì l’irrilevanza d’ogni altra cosa abbia letto sino ad allora o avrei letto da lì in poi. Qualcuno m’ha chiesto cosa ne pensassi, di cosa parlasse, me ne chiedevano un Bignami. Sempre risposi, ma perché non ve lo leggete?


16 risposte a "La presa della Fera"

  1. Horcynus Orca non piacquemi, percepii come un eccesso di zelo, e lo dismisi presto, ma potrei riprovarci perché mi fido del tuo giudizio critico.

    però non è per dire questo che commento; è per avere una scusa per segnarmi questa frase:
    “ognuno di noi è fatto da talmente tante pagine, che pure certe scritture strette e fitte come fanno a starci dentro senza perdersi come goccia nel mare”.
    degna della Yourcenar, appunto, se non di D’Arrigo.

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  2. 😀 Grazie davvero, Beh, in effetti D’Arrigo era spiazzante. Ammetto che anch’io, a primo acchito, mi sono sentito frustrato da quello “zelo” cui fai riferimento e che era chiaramente dentro una cultura enciclopedica. Ma è un viaggio lunghissimo, che nelle tappe e negli angoli, sino in fondo, disvela l’efficacia del mezzo con cui ci si è decisi a partire, facendoci dimenticare di quanto sia stato scomodo.

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  3. Buondì Gio il sole sta scaldando un po’ l’aria, dopo un’inattesa forte gelata notturna. Stefano D’Arrigo cosa dirti non mi ricordavo proprio nulla…
    Mi sono documentata un po’ ,a parte questo link ,ho letto altro.
    “La presa della fera ” potrebbe avvicinarmi al mondo di D’Arrigo,lettore ,come si definisce. Credo che per poter leggere un romanzo poema moderno, considerato rivelante nella letteratura del 900 potrei impiegare una decina di anni. Come studentessa piuttosto matura sceglierei una sintesi significativa.Pazienza e tempo ,possibilità poche, non si sa mai 🐞✌️🌞 🏝️🌅Grazie 😘httpss://www.tropismi.it/2015/07/21/stefano-darrigo-lomero-siciliano/
    Ps.Certamente conosci questo come altri link inutile mandarteli

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  4. Ciao Francesca, grazie per il tuo intervento. D’Arrigo è uno di quegli autori su cui è stato scritto tanto, credo spesso anche male, poiché l’intensità potente della sua scrittura, la capacità di inventare letteralmente un linguaggio nuovo, spiazzano. Mi sono convinto però che valga la pena leggerlo. Magari a partire dalla prima stesura del suo capolavoro, molto più breve, I fatti della fera, che Vittorini definì lucidamente un work in progress.
    https://bur.rizzolilibri.it/libri/i-fatti-della-fera/

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  5. Concordo in toto, tranne che sulla fine del Gattopardo che, secondo me, ci sta. Horcynus Horca per me è come l’Ulisse di Joyce: non credo a chi dice di averlo letto. E quanto alle Memorie di Adriano…un libro falso, che mai Adriano avrebeb scritto. Ma forse sono troppo filologica.
    Sei una mente illuminta, un po’ come me 🙂

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  6. Su Memorie di Adriano sai che il rischio è quello di incorrere nel reato di lesa maestà? 😁 Sono d’accordo con te, comunque, anche se, ti prego di non dirlo a nessuno. Su Horcinus orca è vero che il parallelo più convincente è proprio quello con l’Ulisse di Joyce, ma credo che D’Arrigo si sia spinto anche un po’ oltre, abbia invaso campi che sono di Proust, ad esempio, certamente s’è abbeverato alla fonte di Ovidio, ma ci ha messo parecchio di suo, soprattutto nell’invenzione di un linguaggio non convenzionale ma, al contempo – ed è questa la sorpresa – coltissimo. Per il resto sono assolutamente certo che almeno due terzi di quelli che dicono d’averlo letto, in realtà l’hanno solo iniziato. Peggio mi sento al cospetto di quelli che, con orgoglio, ne rivendicano una lettura completa in sole due settimane.

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  7. Posta così la cosa mi invogli a buttar giù subito il sunto perfetto. E mi riprometto che ci penso e faccio sintesi intanto in testa a me. Pure se, nota al margine, non posso che augurami che la tua vita utile sia più che secolare di pagine e pagine, scritte anche fitte fitte. 😄🌹

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